Tra girotondi e denunce così la sinistra ha usato le accuse dei magistrati

Milano - «Si faccia processare» era il titolo di un servizio del Tg3 andato in onda il 5 maggio 2003. Il giorno della deposizione di Silvio Berlusconi nel processo Sme al tribunale di Milano, poi ricostruita nell’ultima scena del Caimano di Nanni Moretti. Con il Cavaliere interpretato dallo stesso regista, nell’allegoria apocalittica del trionfo del Caimano. Arrivato in tribunale per difendersi dall’accusa di aver corrotto dei giudici, ne esce tra due ali di folla osannante, che si rivolta contro i magistrati protetti dai carabinieri.
Ma «Si faccia processare», rivisto ora, non era solo un servizio tv sulla contestazione al premier nei corridoi del tribunale (ricordate? «Buffone», poi derubricato in «puffone» dal girotondino Piero Ricca). Lanciato dal telegiornale del terzo canale Rai, era molto di più. Uno slogan, un’invocazione, una preghiera, un grido disperato della sinistra. Che, sconfitta alle elezioni e in crisi di identità, affidava al processo la soluzione del problema-Berlusconi.
In quei furibondi giorni di girotondi, al culmine delle polemiche «sull’uso politico della giustizia» e sulle «leggi ad personam», poche furono le voci dell’opposizione fuori dal coro. Tra queste Francesco Rutelli («Non chiederemo le dimissioni in caso di condanna, vale la presunzione di innocenza») e Fausto Bertinotti, allora segretario di Rifondazione comunista, il quale si affannava a spiegare di «voler sconfiggere Berlusconi ma non per una sentenza della magistratura».
Contemporaneamente, l’Unità di Furio Colombo pubblicava in prima pagina un commento dello scrittore Antonio Tabucchi intitolato «Il sovversivo» e dedicato, si capisce, a Berlusconi. L’intellettuale si domandava come mai nessuna Procura lo avesse ancora incriminato per «attività contro lo Stato» e soprattutto sferzava la «sinistra bonaria», colpevole di non reagire con il dovuto vigore a «chi vuole abbattere la Repubblica» e «utilizza la democrazia per distruggerla». E chiudeva con l’appello: «Fermatelo».
Testimonianza solare dello smarrimento della sinistra sono due dichiarazioni di Luciano Violante. Prima spiegava che «Berlusconi, anche se condannato nel processo Sme, non deve dimettersi». Poi, accantonato il fair play, lanciava un minaccioso avvertimento: «Appena vinciamo le elezioni facciamo la commissione d’inchiesta sugli arricchimenti di Berlusconi. Credo che ne vedremo di cose interessanti». Il bello è che le due esternazioni furono pronunciate lo stesso giorno, il 23 maggio 2003, nello stesso posto, una manifestazione elettorale a Palermo.
Se il Violante bifronte ben esemplifica l’ambiguità dei Ds rispetto ai processi milanesi (a volte blanditi contro l’avversario, a volte sopportati con fastidio), chi non ha mai avuto dubbi è stato Antonio Di Pietro. Il quale sul «conflitto di interessi giudiziario» di Berlusconi «imputato e legislatore» ha costruito una carriera politica. Ma almeno lui, le dimissioni che invocava per gli altri, le ha anche praticate quando è finito sotto inchiesta.
Che dire invece di Oliviero Diliberto? Il leader dei Comunisti italiani chiedeva le dimissioni del premier in assenza non solo di una sentenza definitiva, ma anche di una condanna tout court. Il 10 dicembre 2004, dopo la sentenza di primo grado (assoluzione e prescrizione sui due capi di imputazione), tuonava: «Sarebbe ragionevole che egli, se avesse sensibilità istituzionale, si dimettesse». Dimenticando di aver fatto parte di un governo il cui premier, Massimo D’Alema, era stato salvato dalla prescrizione in un processo relativo a un finanziamento illecito di 20 milioni di lire incassato (e ammesso di fronte ai magistrati) a metà degli anni ’80.
Anche Vannino Chiti, ora ministro delle Riforme e all’epoca capo della segreteria ds, spiegava che quella sentenza toglieva autorevolezza al presidente del Consiglio. E perfino Enrico Boselli inzuppava il biscotto nella prescrizione: «È una sentenza che parla da sé, il premier rifletta».
«Sbaglia la sinistra che vuole liberarsi di Berlusconi per via giudiziaria», ammoniva qualche tempo fa Willer Bordon. Ma la tentazione non è mai venuta meno. Come un fiume carsico, periodicamente torna in superficie. Magari sotto forma di distinguo tra chi si difende nel processo (ah, che bravo Andreotti) e chi dal processo (ah, che schifo Berlusconi). Variazioni sul tema giustizialista, alimentate da improvvide leggi del centrodestra in campo giudiziario, per lo più cassate in quanto incostituzionali dalla Consulta. In fondo due facce della stessa medaglia.