Il giudice che fa le pulci ai colleghi: «Superficiali»

CARTE Raul Gardini ufficialmente si uccise, ma a rivedere tutto il suo caso sembra un omicidio

RomaTutto è cominciato con la morte dell’agente dei Nocs Samuele Donatoni. «A me - racconta Mario Almerighi - capitò uno stralcio in cui era imputato Giovanni Farina. Pensai fosse una formalità: nel processo principale i complici di Farina, una banda di sequestratori sardi, erano stati condannati all’ergastolo per aver ucciso in un conflitto a fuoco Donatoni. Ma poi cominciai a studiare le carte, a farmi venire i primi dubbi e poi altri ancora. Finii con lo scoprire che Donatoni era stato fulminato dal fuoco amico dei Nocs e non dai sardi». Oggi ci sono due sentenze definitive che narrano due verità opposte su quella tragedia. Bianco e nero.
E c’è un magistrato, impegnatissimo tutto il giorno come Presidente del tribunale di Civitavecchia, che si è messo a scrutare sotto la sua implacabile lente d’ingrandimento alcuni dei grandi gialli giudiziari italiani di questi anni. E semina sapientemente dubbi, smontando come giocattoli inchieste e verdetti giunti da un pezzo al capolinea della Cassazione. «Sì - racconta Almerighi mi sono appassionato ad alcuni dei grandi misteri italiani e ho rifatto a modo mio le indagini». Così, dettaglio dopo dettaglio fa a pezzi le certezze dispensate dai colleghi.
Il risultato è sconvolgente e il lettore può farsene un’idea leggendo l’ultimo bellissimo libro del giudice che fa le pulci ai colleghi: Tre suicidi eccellenti, in libreria per Gli editori riuniti. I tre suicidi che per l’autore assomigliano molto a tre omicidi sono quelli di Raul Gardini, Sergio Castellari e Gabriele Cagliari. Tre personaggi che se ne andarono nel giro di poche settimane fra l’inverno e l’estate del 1993. Tutti e tre avevano avuto a che fare, per il loro ruolo, con Enimont e con la madre di tutte le tangenti, pagata dai Ferruzzi al sistema politico come contropartita per la creazione, miseramente naufragata, di un grande polo privato della chimica italiana.
Dei tre uomini è Gardini, il padre padrone del gruppo Ferruzzi, ad affascinare di più Almerighi. «Gardini - spiega il magistrato - assomigliava un po’a Mattei. Pensava in grande, voleva andare lontano, non conosceva le mezze misure». E forse, come Mattei, riteneva che i partiti fossero taxi per arrivare alla meta prefissata: si saliva, si pagava, si scendeva al momento opportuno. «Ma lui rimase prigioniero su quel taxi».
Ufficialmente, Gardini si spara la mattina del 23 luglio ’93 nella sua residenza milanese, in Piazza Belgioioso. Ma i conti non tornano: non tornano gli orari, non concordano e anzi divergono le testimonianze, nessuno, ma proprio nessuno, sente il colpo e la scusa - c’era in quel momento un martello pneumatico in azione - è chiaramente falsa. Gardini stava per essere interrogato, forse voleva fare dei nomi, rivelare segreti, svelare gli intrecci con la politica, Gardini non aveva nessuna intenzione di cedere, Gardini è stato ucciso. I tabulati si fermano misteriosamente alle 20.33 della sera precedente. Chi ha ucciso Gardini? E perché non si è indagato a fondo?
Almerighi è un signore timido e raffinato: i suoi occhi sono attraversati da lampi di ironia e autoironia, l’autoironia di chi non è soddisfatto del mondo ma sa che non potrà certo essere lui a cambiarlo. Attenzione: il Presidente del tribunale di Civitavecchia non porta in tasca un curriculum striminzito. E’ stato negli anni Settanta un pretore d’assalto, è stato componente del Csm, ha condotto indagini importanti e delicate, ha avuto un rapporto stretto e discreto, per nulla strombazzato, con Giovanni Falcone, ancora per 48 ore Presidente dell’Associazione nazionale magistrati, prima di dimettersi in seguito ad una sfortunata intervista. Insomma, è nella posizione, rara, dell’uomo che può permettersi di esprimere ad alta voce le sue perplessità.
Perplessità che nel caso di Sergio Castellari diventano inquietudini atroci. Il dirigente delle Partecipazioni statali muore il 18 febbraio ’93, pure lui alla vigilia di un interrogatorio che avrebbe potuto essere dirompente. Il corpo viene ritrovato nella campagna romana. Il Pm, e forse solo lui, crede al suicidio. Un suicidio, come dire, anomalo: basti dire che la pistola viene ritrovata infilata nella cintura. Strano, molto strano. Forse un pastore di passaggio, l’ ha raccolta e l’ha collocata in quella posizione? Ma c’è un altro dato tecnico, molto tecnico che pare insuperabile: «Il bossolo della cartuccia esplosa si trova a sinistra della camera vuota». Tradotto, vuol dire che Castellari, dopo essersi sparato un proiettile nel cranio, avrebbe alzato il cane, facendo ruotare il tamburo. Fantascienza. Anzi, nemmeno in una fiction alla Star Trek.
Almerighi allinea molti altri elementi. Tanti. Troppi per credere alla favoletta del suicidio, che pure viene sposata dal Pm con disastrosa superficialità. Ma poi, non cede alla tentazione di volerci spiegare per forza, utilizzando una qualche chiave ideologica, come sono andate le cose quel giorno. Non costruisce insomma il solito polpettone dietrologico a tesi sui complotti d’Italia, sulle manine e le manone, le massonerie deviate e non. No, si limita umilmente a raccontarci perché quel che si legge nelle carte non sta in piedi. Perché quella certa lettera di Gardini è stata scritta, come dimostra un grafologo, in un periodo piuttosto che in quello ipotizzato dalla Procura. Perché Castellari non può essere arrivato, in mezzo al fango, nel punto in cui il suo corpo è stato ritrovato, fra l’altro dopo giorni e giorni di battute continue nella zona. Perché è incomprensibile l’atteggiamento di Gabriele Cagliari e quello della cerchia a lui vicina: perché le lettere in cui annuncia il suicidio, poi condotto a termine con un sacchetto infilato in testa nel carcere milanese di San Vittore, vengono recapitate alla moglie e all’avvocato difensore prima del dramma, ma non provocano in nessuno la minima reazione? Forse Cagliari voleva mandare un segnale? Forse voleva solo simulare la morte, giunta poi per sbaglio, in un gioco terribile sfuggito di mano, o peggio per la volontà di qualcun altro?
«Io - è la conclusione di Almerighi - non credo che l’Italia sia il Paese dei grandi vecchi, dei burattinai, dei segreti», come ama ripetere uno scrittore di razza come Carlo Lucarelli. «Semmai, l’Italia è il paese dei misteri e i misteri non si risolvono, talvolta, per la superficialità di chi indaga. Perché i Pm, i miei colleghi, sono stracarichi di impegni, corrono da un udienza all’altra, non hanno il tempo di concentrarsi, distratti come sono da una sorta di frastuono di fondo. Perché il sistema gira a vuoto. Al tempo del giudice istruttore non era così». Insomma, il giudice progressista si scopre conservatore. E si preoccupa.
Del resto, il risultato di questa analisi impietosa è sotto gli occhi di tutti: l’Italia dei grandi punti di domanda. Da via Poma a Garlasco. E allora conviene leggere attentamente questo libro. Senza voltarsi all’indietro ma con lo sguardo in avanti: i dialoghi fra i personaggi inventati dalla penna di Almerighi, in cui le diverse tesi si confrontano a colpi di elementi concreti, sono un ottimo antidoto a tanta malagiustizia di oggi.