«Giudici, niente sconti o attenuanti voglio i miei violentatori in galera»

La 35enne è ricoverata in ospedale sotto choc e con il volto tumefatto

Teodora Poeta

da Pescara

«Mi hanno violentata. Devono pagare». Non riesce neanche a guardarsi allo specchio. Anzi, non vuole proprio guardare l’immagine riflessa del suo viso tumefatto la 35enne violentata dal branco, la notte tra venerdì e sabato, in pieno centro a Pescara. All’ospedale civile della città abruzzese, dove si trova ricoverata da sabato mattina nel reparto di otorinolaringoiatria, è circondata da amici e familiari. Ogni tanto esce dalla stanza per fare un giro nel corridoio. Indossa un giubotto di jeans. Ai piedi le ciabatte. Dalla voce trapelano tante sensazioni. Un mix di rabbia e smarrimento. Ma cosa la tormenta di più? «In questo momento c’è una cosa in particolare che mi fa rabbia. Ed è che questi chiederanno sicuramente l’infermità mentale. Non è possibile, li devono prendere. Tutti. E devono pagare così come è previsto dalla legge». Anche gli amici intervengono. Una di loro dice: «Questi hanno il cervello bruciato». La loro presenza non la disturba affatto. «Sono felice di vedervi - commenta quando arrivano altri amici -. Qui mi sento sicura. Protetta. Ho paura, invece, per quando uscirò dall’ospedale». E poi aggiunge: «Statemi vicino, non mi abbandonate. E soprattutto non dite a nessuno che sono io la donna violentata dal branco. Vi prego, non fatelo sapere». Se in questo momento potesse esprimere un desiderio, cosa chiederebbe? «Di dimenticare tutto, anche se la polizia mi dice che dovrò sforzarmi a ricordare per riconoscerli». Sul viso i segni delle botte che ha ricevuto dal branco sono ancora ben visibili. Sono i segni dei calci e dei pugni. «Non ce la faccio. Non mi sono ancora guardata allo specchio. L’unica immagine che sono riuscita ad intravedere è quella riflessa sulle finestre della stanza». Quando succedono queste cose c’è chi, senza riflettere, pensa che una parte di colpe sia della donna vittima della violenza. «Beh no. Queste cose le ragazze non se le vanno proprio a cercare. Anzi, è necessario dire che a quell’ora di notte, per una donna, è meglio farsi accompagnare da qualcuno e non andare da sole. È così, punto e basta». In questa risposta c’è una conferma: la disparità di trattamento tra donne e uomini. Ma cosa ricorda dell’aggressione? «Al momento non molto. Però, ricordo bene che già nel locale mi avevano disturbata. Ma non ho risposto. Capita. Era una serata così bella, con gli amici nel locale a fare due chiacchiere e a bere una birra». Una serata come tante altre, durante le quali può capitare anche di fare nuove conoscenze. Del gruppo di ragazzi, invece, cosa ricorda? «Non ricordo quanti fossero, ma sicuramente tre o quattro. Stavo andando a prendere la macchina parcheggiata. Mi hanno afferrato al collo, da dietro, e trascinata dentro al portone. Mi sono difesa con tutte le mie forze. Li ho anche graffiati. Scalciavo. Urlavo. Poi mi hanno bloccata. Mi hanno picchiata con calci e pugni in faccia. Mi insultavano, gridando. Dopo ho perso i sensi. E mi sono svegliata nell’ambulanza. Sicuramente, però, erano le quattro passate quando è successo tutto. Chissà se quella sera non fossi uscita. Se avessi accompagnato mio figlio dalla vicina, a vedere i gattini». Nel frattempo arriva una coppia di amici con i figli piccoli. Lei si avvicina e ne accarezza uno. «Non devi piangere. Adesso sembro brutta. Sai, posso mangiare solo il semolino perché ho la faccia gonfia. Ma tra qualche giorno tutto tornerà normale». Il bambino, allora, smette di piangere e sorride. L’altro giorno, intanto, Pietro Di Girolamo, il padre di Alessio, il 22enne di Pianella arrestato con l’accusa di violenza sessuale aggravata, ha telefonato alla madre della vittima del branco per chiedere scusa a nome di suo figlio, mentre continua ad essere irreperibile la ragazza di Alessio, che vive a Spoltore. «Ho chiesto scusa per quello che ha fatto mio figlio. La nostra è una famiglia di sani principi, abbiamo sempre lavorato e anche Alessio, qualche volta, mi dava una mano». Distrutte dal dolore, ma anche dalla vergogna, le sorelle e la mamma di Alessio, quest’ultima colta da un malore alla vista della foto segnaletica del figlio in televisione.