Giuseppe Arcimboldo: per fare una natura morta bisogna metterci la faccia

Una grande mostra al Palazzo Reale di Milano celebra il più enigmatico dei pittori del «grottesco»

Volti fatti con assemblaggi dipinti di tuberi e verdure, fiori e frutta, pesci e conchiglie, animali e libri. «Bizzarrie» che nel Cinquecento entusiasmavano gli imperatori d’Asburgo e divertivano le più salaci e colte compagnie di artisti e letterati lombardi. Sono le «teste composte» di Giuseppe Arcimboldo (o Arcimboldi), grande artista milanese vissuto dal 1526 al 1593, oggi celebrato in una megamostra che si apre a Palazzo Reale di Milano (10 febbraio - 22 maggio).
Dopo le esposizioni monografiche del 1987 a Venezia, a Parigi nel 2007 e a Vienna nel 2008 e l’indimenticabile rassegna di Lugano del 1998 dedicata al «Rabisch. Il grottesco nell'arte del Cinquecento», che pone le basi critiche della attuale, questa è la più completa. Riunisce trecentotrentacinque opere tra dipinti, incisioni, disegni, libri, ripercorrendo il complesso iter di Arcimboldo, in parallelo a predecessori, contemporanei e posteri. Un tuffo nella cultura del tempo, attraverso nove sezioni, che conducono dalla formazione a Milano nell’ambiente ancora legato a Leonardo a quello delle grandi officine artistiche che a metà Cinquecento producevano oggetti di lusso in oro e argento, pietre preziose, tessuti e codici miniati (la città era già allora un faro nella moda europea).
Poi, le opere giovanili di Arcimboldo come le vetrate per il duomo di Milano, realizzate su disegni suoi e del padre Biagio, i disegni per il Gonfalone di Sant’Ambrogio, giunti dal Metropolitan di New York e dal Museo Diocesano, l’arazzo con il Transito della Vergine di Giovanni Karcher su cartone del pittore. E ancora, l’illustrazione naturalistica in Italia e in Lombardia e, finalmente, al centro della mostra, le «teste composte» raffiguranti le Stagioni e gli Elementi, originali creazioni dell'artista, riunite in modo massiccio: ci sono quelle di Vienna, di Madrid, del Louvre, cui si aggiunge la serie (Inverno, Primavera, Estate, Autunno) di Monaco, assoluta novità, restituita al pittore dagli studi di Francesco Porzio, che le propone con la data precoce del 1555-1560 come pionieristici modelli per le successive.
Ma non è finito, il divertente arriva con le «pitture ridicole» disegni caricaturali di grande efficacia, che dagli esempi di Leonardo giungono a Francesco Melzi, Giovan Paolo Lomazzo, Camillo Procaccini e al nostro Arcimboldo, che compone con libri ammonticchiati figure di Bibliotecari e Giuristi. Non mancano le testimonianze di feste e mascherate, di cui l’artista era il creatore insieme ad amici letterati, mentre raccolte di poesie e scritti letterari aprono uno squarcio sul simbolismo di quel tipo di pittura. Emblematico il Vertunno (Ritratto di Rodolfo II), dipinto da Arcimboldo nel 1590, zeppo di richiami all’importanza e al ruolo politico del personaggio, rappresentato come un insieme antropomorfo di mele, pere, ciliegie, rose, fiori, cipolle e pannocchie, per la gioia futura dei surrealisti. A conclusione, le giocose «teste reversibili», come l’Ortolano del Museo Civico di Cremona che, capovolto, diventa una natura morta, come quelle ammirate da Caravaggio nei suoi iniziali anni milanesi.
Insomma, un viaggio illuminante. Ma com'erano venute in mente ad Arcimboldo quelle curiose teste? Lo spiega la mostra, il cui intento è sottolineare l’origine lombarda di quei capolavori che, sino a poco tempo fa, erano il vanto degli Asburgo. Le prime «teste composte» sembravano infatti le Quattro Stagioni di Vienna, realizzate nel 1563 per Massimiliano d’Asburgo, dopo il trasferimento l’anno precedente dell'artista presso la corte viennese. Invece ce ne sono altre, di proprietà delle Collezioni Statali di Monaco di Baviera, precedenti, che nascono proprio a Milano negli anni Cinquanta e rivelano la chiara origine lombarda. A conferma lo storico Paolo Morigia (1525-1604) ricordava, vivente l’artista, che Arcimboldo aveva concepito le prime teste, chiamate «bizzarrie», proprio a Milano, prima di trasferirsi al di là delle Alpi.
A che cosa guardava, dunque, Arcimboldo? Innanzi tutto ai disegni con le teste grottesche e mostruose di Leonardo, che facevano scuola non solo in Lombardia, ma in tutta Italia. Volti deformati e caricaturali di animali, di vecchi e vecchie, urlanti e sdentati, ripresi e rielaborati da artisti come Melzi, Figino, Luini e altri. Ma si ispirava anche agli apparati carnevaleschi e quaresimali, molto in voga. Le cronache ricordano l’abitudine popolare di far girare pupazzi e fantocci composti da frutti, ortaggi, dolci, ornati con orecchini e collane di pesci, castagne e fichi che poi venivano distrutti e mangiati.
Nel bagaglio culturale di Arcimboldo c’erano anche le pitture comiche, popolate da personaggi deformi e triviali e le scene di cucina, italiane e fiamminghe. Gian Paolo Lomazzo nel suo Trattato dell’arte de la pittura nota che le opere di Arcimboldo erano adatte ad «alberghi et ostarie», sottolineandone il carattere popolaresco. Solo apparente però, perché quella comicità con radici lontane, addirittura classiche con Orazio e Marziale, e revival trecenteschi con Sacchetti e Boccaccio, nel ’500 investiva le sfere più alte della cultura letteraria, dalla Toscana alla Francia. In Lombardia vantava numerosi adepti, artisti, artigiani, musici, teatranti che si riunivano nella stravagante Accademia della Val di Blenio fondata nel 1560, ultime scintille di un estroso manierismo.
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