Giuseppe Culicchia, ovvero l’eroismo di un bamboccione

«Ameni inganni» è la storia di un buono a nulla il quale, sapendo di esserlo, sopravvive a se stesso

Se il ministro Padoa Schioppa se ne uscì con il brutto epiteto di «bamboccioni», se la Melandri o la Borromeo o la Biancofiore, con le quali mi sono ritrovato intrappolato nella trasmissione Exit di Ilaria D’Amico (e avrei voluto avere solo dei tappi per le orecchie per non ascoltarle o dei tappi da damigiana adatti alle damigelle per farle tacere), sull’argomento avrebbero attaccato il solito monologo politico di destra o di sinistra o di niente, Giuseppe Culicchia sul bamboccione zitto zitto ha scritto un bel romanzo che si intitola Ameni inganni (Mondadori, pagg. 211, euro 18). Attenzione: non è sociologia facile postmarxista in forma narrativa, non è, per esempio, Nicola Lagioia, che tra un discorso sull’Occidente e Blade Runner avrebbe citato Adorno e Pasolini per dimostrare di essere un intellettuale impegnato.
Il protagonista di Culicchia si chiama Alberto, ha passato i quarant’anni, si è laureato in Fisica per finta, falsificando i voti del libretto universitario, e non ha mai lavorato un giorno. A chi gli chiede cosa fa di lavoro risponde la prima cosa vaga ma moderna che gli viene in mente, tipo che è un manager di Twitter. In realtà è un disoccupato e la sua vera principale occupazione è costruire modellini di astronavi e comprare riviste porno, ossia ciò che ha sempre fatto fin da ragazzo. Finché la mamma non muore e Alberto deve fare i conti con se stesso e soprattutto, appena possibile, con quanti soldi gli restano per andare avanti: «Mi sono alzato, ho frugato nel cassetto della cucina dove lei ha sempre tenuto il libretto degli assegni e le comunicazioni della banca. Il saldo era di circa duecentocinquantamila euro. Ho fatto un rapido calcolo, ipotizzando una spesa di mille euro al mese, tra cibo, bollette, astronavi e riviste porno, facevano più o meno duecentocinquanta mesi, dunque poco più di vent’anni».
Se questo romanzo lo leggesse Alberoni vi direbbe che c’è un momento in cui bisogna diventare adulti. Se lo leggesse la Palombelli direbbe che si tratta di una generazione incapace di affrontare la realtà. Se lo leggesse Filippo La Porta direbbe che dimostra che non c’è più esperienza. Se lo leggesse Umberto Eco vi direbbe che è il ritratto una generazione prodotto del berlusconismo eccetera eccetera. Se lo leggesse Nichi Vendola vi risponderebbe che è un paradigma negativo scaturito da una narrazione sbagliata del passaggio della connettività virtuale tra individuo infantile e società adulta operativa e la reificazione della Puglia nella prassi concretata delle pale eoliche. Se lo leggesse Concita De Gregorio vi direbbe che è il ritratto dell’infantilità di un maschio occidentale.
Io invece penso che sia un libro divertente e profondo, e che la parte sana sia quella di Alberto: quella delle astronavi. Quella che appena sente un politico del Pd parlare di «questione morale» spegne la televisione. Quella che sa quanto la vita umana sia una medaglia a due facce: o è tragedia o è illusione. È anzi proprio quando Alberto tenta di avere una vita come gli altri, incontrando Letizia, il primo amore, la prima e unica ragazza che avesse mai amato, che diventa goffo, triste e patetico. L’infantilismo di Alberto svela in realtà la banalità degli altri. È uno splendido e eroico quarantenne tra le astronavi, le ragazze porno, il walkman, i Quattro salti in padella, la modella Olga da sognare a occhi aperti e collegandosi a Twitter «anche cento volte al giorno».
Insomma, di fronte alla tristezza della vita, Alberto è lucidissimo. Molto più lucido di chi si affanna per avere una famiglia, dei figli, un lavoro, un ufficio dentro cui passare tutto il tempo che abbiamo fino alla morte. Molto più lucido perfino del risvolto di copertina (scritto forse per avere una recensione di Repubblica), secondo il quale questo libro racconterebbe «i rituali distorti del nostro mondo globalizzato». No, per fortuna, per raccontare questo bastava un articolo di Curzio Maltese o una domanda ai giovani di Giulia Innocenzi a Annozero. Anche perché bisognerebbe capire il mondo non globalizzato quali rituali non distorti abbia, inginocchiarsi verso la Mecca?
Invece non a caso Culicchia cita in epigrafe Thomas Bernhard, «tutto è ridicolo, di fronte alla morte», e inizia il suo romanzo con un funerale, con la morte della mamma, con la fine dei sogni di un uomo che non vuole crescere, anche perché crescere è un’altra illusione e l’unica felicità possibile è protrarre le proprie ossessioni. D’altra parte sono più finti i modellini di astronavi e le ragazze di Hustler, Barely Legal e Playboy degli angioletti e dei paradisi affrescati nelle chiese? È meglio Disneyland o la Cappella Sistina?
In fin dei conti ogni idea di felicità è un inganno più o meno ameno, ecco perché si raccontano favole ai bambini, e ecco perché nella sua semplicità il libro di Culicchia è bello, perché Alberto resiste finché può. Perché «non c’è nulla di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni», come scriveva Leopardi, e perché, come pensa Alberto ritornando a comprare astronavi e riviste porno: «sta di fatto comunque che Dio non c’è non c’è non c’è non c’è non c’è non c’è non c’è e che in Blade Runner gli unici personaggi fisicamente e psichicamente sani sono i replicanti».