GIUSEPPE LURAGHI L’industria culturale

Esiste un cavalcavia - piuttosto spoglio, in verità - nella periferia Ovest di Milano, che il Comune ha voluto intitolare a «Giuseppe Luraghi - dirigente d’azienda». La piccola targa in marmo, già deturpata da macchie di spray colorati, ricorda così al distratto passante Giuseppe Eugenio Luraghi, un personaggio che, se certo fu di grande spicco nell’industria italiana del dopoguerra, ebbe però un ruolo tutt’altro che secondario anche nel mondo letterario dell’epoca.
Entrato giovanissimo alla Pirelli, come direttore della filiale spagnola dell’azienda a Barcellona, nel corso della sua carriera ha ricoperto incarichi manageriali presso la Linoleum, la Lanerossi, la Finmeccanica; è stato presidente dell’Alfa Romeo (il suo nome è determinante nel periodo della creazione dell’Alfasud) e, più tardi, della Mondadori, dal 1977 al 1983. Questo il manager. Ma di sera, quando gli uffici delle industrie chiudevano, Giuseppe Luraghi si ritrovava con alcuni amici nel salotto di casa sua a gestire una piccola, prestigiosa casa editrice, la Meridiana, attiva a Milano dal 1947 al 1956.
Letterato raffinato e intenditore d’arte, Luraghi ha saputo coniugare i due grandi interessi della sua vita facendoli convivere, ma anche amalgamandoli in alcune esperienze rimaste basilari. È lui, insieme a Leonardo Sinisgalli (altro «tecnico»-letterato), a fondare e a dirigere nel 1948 la rivista bimestrale Pirelli che, nata come organo di pubblicità aziendale, si è posta come terreno di dialogo tra personalità dei differenti ambiti tecnico-scientifico e artistico-letterario. Sempre a quattro mani con Sinisgalli è poi l’analoga esperienza di Civiltà delle macchine, legata a Finmeccanica, sulle cui pagine la vita di fabbrica, con i suoi capannoni e i suoi macchinari, è stata descritta e raccontata da poeti e pittori.
Ed è lui, soprattutto, ad aver dato vita alle citate edizioni della Meridiana e ad aver dato voce a giovani autori di poesia, esordienti o comunque poco noti, con l’intento di divulgare idee spesso innovative. Un’impresa difficile ed economicamente gravosa. Ma le edizioni della Meridiana si ponevano in opposizione con gli editori maggiori che pubblicavano opere già votate al successo, di nomi famosi che «facevano cassetta» e accompagnate da un adeguato corredo pubblicitario. Per sostenere lo sforzo economico non indifferente, tra i volumi della Meridiana compaiono anche i nomi di poeti affermati. I più famosi come sostegno per i giovani. E la formula ha funzionato per quasi dieci anni, facendo conoscere - tra gli altri - autori come Tobino, Zanzotto, Cattafi, Risi.
In questi giorni (e fino al 15 gennaio) a Pavia una mostra organizzata dal Fondo Manoscritti dell’Università e ospitata presso le scuderie del Castello Visconteo ripercorre le tappe di questa figura eclettica e in particolare proprio della sua esperienza come editore. Nel Fondo pavese sono infatti conservati (dono della figlia di Luraghi) i documenti e le lettere relativi alla sua attività letteraria, mentre i documenti legati alla vita aziendale sono conservati presso l’Istituto di Storia Economica dell’Università Bocconi. Questa mostra ripercorre l’intera attività artistico-letteraria di Luraghi, soffermandosi anche sulle altre passioni: è ad esempio testimoniato il suo interesse per le arti figurative che tra il 1950 e il 1960 lo portò a far conoscere in Italia il pittore brasiliano di origine italiana Candido Portinari. La mostra ospita inoltre alcuni suoi acquerelli risalenti agli anni Ottanta.
Un capitolo a parte merita la passione di Luraghi per la poesia spagnola e in particolare per la produzione di Rafael Alberti di cui, nel 1947, presso la Meridiana uscì la prima raccolta in lingua italiana. La traduzione dei versi è dello stesso Luraghi, che li ha resi «con la luminosa precisión a esa hermosa lengua», come gli scrive lo stesso Alberti nella prima lettera indirizzata al suo traduttore ed editore subito dopo l’uscita del volume, il 20 luglio 1949. Tutto l’epistolario intercorso tra i due letterati, arricchitosi negli anni di altri contatti professionali, come pure di un’amicizia sempre più intensa, è stato recentemente pubblicato da Gabriele Morelli per viennepierre edizioni di Milano (pagg. 294, euro 25). La raccolta attinge ancora in modo massiccio alle carte del Fondo Manoscritti di Pavia, ma è anche arricchita da lettere conservate alla Fondacion Rafael Alberti e in fondi privati.
Non va infine dimenticato il Luraghi scrittore e poeta. Dopo un precoce esordio con alcune raccolte in versi (una della quali, Stagioni, del 1947, inaugura i volumi della Meridiana), l’intensissima attività manageriale, l’editoria, la direzione delle riviste hanno soffocato in lui la vena compositiva. Ma un grande successo attendeva Luraghi dietro l’angolo quando, nel 1966, pubblicò presso Mondadori Due milanesi alle piramidi, romanzo che inaugurò la breve ma fortunata saga del Pepp Girella. Calato nei panni di un illetterato borghesuccio milanese, Luraghi ha scritto un romanzo fresco, di un umorismo saporito e con un’originalissima lingua - quella del Pepp - a metà fra il dialetto e l’italiano in una commistione spontanea tipica «di una persona che ha sempre parlato dialetto, e che nelle sue aspirazioni di ascesa sociale \, si sforza di acquistare un mezzo ancora sfuggente», come scrive Maria Teresa Giannelli, funzionario della Mondadori, nel giudizio editoriale relativo al volume. Il libro ebbe ben undici edizioni e un notevole successo di pubblico. Negli ultimi anni, poi, ci fu un ritorno alla pittura e alla poesia, i primi amori.
«Giuseppe Luraghi - dirigente d’azienda», dice la targa. No, signor sindaco, non solo. Nella Milano degli anni della ricostruzione, quando si respirava un’aria ricca di vitalità culturale che si apriva a nuove esperienze e ad argomenti mai affrontati prima, Giuseppe Luraghi ha impresso un’orma profonda. L’uomo di lettere è stato certamente travolto dalla fama della professione «ufficiale», ma merita il suo spazio nella storia letteraria ed editoriale della seconda metà del Novecento.