"Ho perdonato i rapitori, ma oggi sparerei anch'io come quel benzinaio"

Giuseppe Soffiantini, sequestrato nel 1997, fu liberato dopo 237 giorni di prigionia. "Nella vita odio e vendetta non servono"

«Bene, abbiamo parlato di molte cose. Ma non ne capisco una: come le è venuta l'idea di tornare a parlare proprio di me?». Un uomo d'altri tempi, mite e gentile, che conserva la pacatezza propria di un uomo perbene. Da un sequestro si torna cambiati. Per sempre. E di questa semplice ma terribile verità Giuseppe Soffiantini appare ancora oggi, mentre spegne le sue 80 candeline, consapevole. La memoria resta l'unica difesa per riappropriarsi del proprio corpo e della propria storia.

È il 17 giugno 1997 quando, allora 62enne, l'imprenditore viene sequestrato nella sua villa di Manerbio, paese di 13mila abitanti a 20 chilometri da Brescia e 30 da Cremona. Sono le 22,30. I rapitori legano e imbavagliano la moglie Adele e la chiudono in un sottoscala. La donna riesce a dare l'allarme solo la mattina successiva. Prima di andarsene con l'ostaggio, i banditi dicono alla donna: «Non ti preoccupare, te lo faremo ritrovare». Passeranno 237 interminabili giorni. È il 9 febbraio 1998, sono circa le nove di sera quando Adele risente al telefono la voce del marito: «Sono libero, venitemi a prendere». Soffiantini è all'Impruneta, alle porte di Firenze. «Il mio primo pensiero è stato quello di tenere il cuore calmo perché mi batteva talmente forte che avevo paura mi scoppiasse. L'unica cosa che mi preoccupava in quel momento era dire ai miei cari che le lettere che avevo scritto erano state dettate sotto la minaccia delle armi. Avevo paura che ci fossero rimasti male...».

Soffiantini apre la porta della sua bella villa di Manerbio. La stessa dove venne rapito 18 anni fa. Non l'ha mai cambiata. Il primo a fare gli onori di casa è Olly, un labrador tutto feste e coccole. «Mi piace stare qui. Adesso ci vivo solo con mia moglie. Ma prima c'erano anche i miei figli. È una casa in campagna molto comoda, abbiamo anche i polli, con un grande giardino come piace a me. Io amo le piante e stare fra la natura. Pensi che ho tre tipi di querce e molti pini – precisa compiaciuto - guardi...». Si avvicina alla finestra e punta il dito fuori.

È domenica. Oggi non si va in azienda. Ma Soffiantini mantiene la sua solita eleganza. Anche in casa. «Metto sempre giacca e cravatta, in particolare quando vado in ufficio. Ho continuato a fare la mia solita vita diminuendo man mano il mio impegno diretto, ma faccio sempre parte del consiglio di amministrazione – sorride -. Ogni mattina affido i compiti da fare al mio giardiniere e poi vado in azienda. Poi pranzo a casa. La famiglia per me è la cosa più importante. La domenica stiamo tutti insieme. Mi riposo un po' e torno al lavoro anche il pomeriggio, a rompere un po' le scatole».

Anche dopo la sua drammatica esperienza, Soffiantini non ha mai smesso di occuparsi della sua azienda di abbigliamento femminile che ha fondato negli anni Sessanta. «Ho vissuto molto intensamente e ho lavorato tanto nella mia vita. Ogni mattina andavo in azienda alle 7, un'ora prima dei miei collaboratori. Giravo l'Italia per vendere i nostri prodotti, ma ho sempre fatto un lavoro che mi piaceva». Seduto nello studio del salotto a leggere i giornali, tanti libri intorno a lui, molte foto in cornici d'argento, innumerevoli ricordi. Avvolto dall'affetto di sua moglie, dei suoi sette nipotini e dei tre figli che oggi si occupano di mandare avanti l'attività di famiglia: Paolo, 44 anni, il più giovane, colui che i rapitori avrebbero voluto sequestrare al posto del padre. «Per fortuna all'epoca faceva il servizio militare e quella sera era stanco, così decise di rientrare in caserma un'ora prima del solito. Altrimenti avrebbero preso lui e non me», sospira. Carlo, 54 anni, il più grande, che abita a Brescia e Giordano, 47, a Manerbio. «Tre bravi figlioli».

«Qui ho tutta la mia vita. Ma non è una casa da ricchi. È stata fatta da un geometra, non da un architetto», puntualizza. Negli anni bui dei sequestri, mai avrebbe pensato che sarebbe toccato pure a lui. «Mi dicevo, se dovesse succedere a me morirei ancor prima di essere sequestrato. Ma evidentemente tutti noi abbiamo dentro delle risorse impensabili. Arrivati all'estremo, quando la paura supera tutti i limiti, non abbiamo più paura di niente: tanto è vero che dopo due giorni dal sequestro affrontavo verbalmente i carcerieri chiamandoli bestioni: “Guardate che voi avrete pure diritto di morte su di me ma non paragonatemi a voi, perché voi siete dei banditi e io sono una brava persona!”».

E il pensiero scivola sui sequestri del terzo millennio, molto diversi per i modi, ma identici per un aspetto. «Il dolore è lo stesso. In quel periodo ci sequestravano a casa nostra, oggi andiamo a farci sequestrare all'estero. Ma è una questione troppo delicata per essere banalizzata così. Non voglio entrare in questi argomenti perché le sofferenze personali e dei familiari sono identiche. Voglio solo dire che nei sequestri di adesso lo Stato italiano si comporta diversamente. A noi bloccavano i conti correnti, congelavano i beni per non permetterci di pagare il riscatto mentre oggi lo Stato paga tanti e tanti soldi per liberare gli ostaggi. Denaro che serve per armare i terroristi. Per il mio riscatto abbiamo pagato 5 miliardi di lire, soldi che non ho più rivisto, e che sono stati autorizzati otto mesi dopo il sequestro per dare il tempo alla polizia di fare le ricerche. Otto mesi però sono moltissimi. L'unica consolazione è che dopo di me i banditi hanno capito che questo tipo di crimine non conveniva più e gli specialisti del sequestro sono stati tutti catturati».

Orecchie mozzate, vestito di stracci fradici in pieno inverno, senza lavarsi per quasi un anno, come cibo una fetta di lardo e una mela, come rifugio buche nel terreno o tende improvvisate e incatenato. Questo il trattamento riservato a Soffiantini. Ma lui ha deciso di voltare pagina. «L'ho fatto quasi subito, in verità, per istinto di sopravvivenza. Vede, io non ho perdonato quelle bestie per spirito di buonismo. Sarei uno sciocco. L'ho fatto per me, per salvarmi. Ho imparato che nella vita covare sentimenti di odio e di vendetta non serve a niente. Quello era l'unico modo per liberarmi dalle catene della prigionia. Se non l'avessi fatto mi sentirei sequestrato ancora oggi. La giustizia degli uomini ha fatto il suo corso: Farina è in carcere a vita, altri sono stati condannati a 25, 18 e 12 anni. Qualcuno è già fuori. Uno di loro, Cubeddu, non è neppure mai stato trovato e il basista di Manerbio dopo 8 anni di galera l'ho rivisto in giro per il paese. La giustizia divina farà altrettanto. Per quanto mi riguarda ho voluto prendere le distanze da tutto e tutti».

Malgrado tutto questo Soffiantini oggi ha ancora un po' paura. «Noto una spaventosa recrudescenza della violenza. Non siamo più sicuri nemmeno nelle nostre case. Le rapine, soprattutto ad opera di extracomunitari, sono sempre più frequenti». Come il caso di Graziano Stacchio, il benzinaio che ha sparato a un bandito nomade per salvare una commessa: «Bisogna vedere come sono andate esattamente le cose, ma come si fa a non essere dalla sua parte? Anche io ho un'arma e se dei rapinatori entrassero in casa mia farei lo stesso».

Oggi, come 17 anni fa, mantiene quell'aria serafica di un uomo appagato dalla vita che tanto gli ha dato e tanto gli ha tolto. «Vede, la vita dà e toglie e a 80 anni ci si accorge che è passata in un baleno». Una grande fede l'ha sempre guidato sulla strada giusta, permettendogli di superare quel trauma. Tanti oggetti e tante foto in casa ne sono la testimonianza. Una su tutte quella con Papa Wojtyla: «Una volta mi disse: “Ringraziamo il Signore, sia tu che io l'abbiamo scampata bella”». Le uniche immagini che restano ben nascoste sono quelle che raccontano quella terribile storia. Sono lì, schiacciate sotto i suoi ottant'anni straordinari.