Giustizia, ci risiamo: guerra a Berlusconi

Magistrati e sinistra vanno all'attacco. Il premier incontra Napolitano e spiega: no ai condizionamenti dei pm. Milano, <strong><a href="/a.pic1?ID=269775">il Cavaliere ricusa il giudice</a></strong>: parziale. E subito parte la crociata dei magistrati. Ghedini: <strong><a href="/a.pic1?ID=269772">&quot;Lo scontro c'è solo con alcune toghe&quot;</a></strong>

Roma - Dura quasi due ore il colloquio al Quirinale. E nonostante siano in agenda soprattutto le questioni economiche e le misure contenute nell’imminente manovra, Berlusconi e Napolitano hanno anche un lungo scambio di vedute sull’emendamento al decreto sicurezza che sospende per un anno i procedimenti per reati di minore allarme sociale così da dare precedenza ai delitti più gravi. Una norma che blocca anche il processo Mills, nel quale il Cavaliere è imputato per corruzione in atti giudiziari.

Presenti anche Tremonti e Letta, il capo dello Stato ribadisce le sue perplessità, non tanto nel merito degli emendamenti sui quali «si riserva di decidere» quando il decreto sarà convertito e tornerà al Quirinale per essere controfirmato, quanto sulle modalità. Le due norme, infatti, sono state inserite nel pacchetto sicurezza dopo la firma di Napolitano. E, fa presente il presidente della Repubblica, «hanno reso il complesso del decreto piuttosto diverso da quello che avevo in origine sottoscritto». Questa, aggiunge, è «un’anomalia istituzionale».

Berlusconi, da parte sua, ribadisce la necessità della norma. «Non tanto per me, quanto per la collettività», spiega. Il ragionamento è quello fatto nei giorni scorsi con alleati e collaboratori, seppure con toni e parole più sfumate, consone a un colloquio con il capo dello Stato. Che per la prima volta da molto tempo a questa parte si svolge in un clima piuttosto teso. Il premier, però, è deciso ad andare avanti: «Non è solo un mio diritto, ma anche un dovere che ho nei confronti degli italiani che mi hanno votato». Quello che «voglio evitare», spiegava in mattinata il Cavaliere ad alcuni deputati del Pdl, è che «ancora una volta» le decisioni della politica «vengano condizionate da una piccola pattuglia di pubblici ministeri». Anche per questo Berlusconi ha deciso di mettere le carte in tavola con la lettera a Schifani. Perché, dice ai suoi, «non cerco alcun privilegio per me stesso» e «voglio andare avanti nella massima trasparenza». Insomma, «non ho alcuna intenzione di farmi intimidire e di ritrovarmi nella stessa situazione del 1994». Quando le prime bordate al governo arrivarono proprio dalla procura di Milano.

L’intenzione di Berlusconi, dunque, è quella di tirar dritto. Anche perché, spiega ad alcuni parlamentari del Pdl durante i tanti incontri della giornata, «se intendiamo mantenere il consenso raggiunto non possiamo permetterci marce indietro». Non a caso un sondaggio di Sky rileva che il 58% degli italiani è favorevole alla norma sospendi-processi, mentre per l’Swg la questione giustizia non farà perdere al premier nemmeno un punto di consenso. Insomma, aggiunge il Cavaliere in un pranzo con i capigruppo del Pdl di Camera e Senato, d’ora in avanti «ognuno dovrà assumersi la responsabilità del suo ruolo». Una cosa, dunque, è fare il presidente del Consiglio, altra il capo dello Stato o il leader dell’opposizione. Considerazione, questa, che seppure con le accortezze del caso, sarebbe stata ripetuta anche al Quirinale.

Con Napolitano si affronta anche il rischio che il braccio di ferro delle ultime ore possa mettere a repentaglio il dialogo tra Pdl e Pd. Ma sul punto ormai da tempo Berlusconi si sta convincendo di un’eccessiva debolezza di Veltroni che «sempre più spesso sembra rincorrere il giustizialismo di Di Pietro». Non a caso il capogruppo del Pdl alla Camera Cicchitto non esita a definire quella dell’ex pm una «strategia sfascista studiata a tavolino». Mentre il vicepresidente Napoli considera quello di Di Pietro «un linguaggio tipico delle Br». Che, è la convinzione del Cavaliere, si sta trascinando dietro anche il leader del Pd, ormai sotto il fuoco di fila di richieste di congresso e correnti interne mascherate da fondazioni. L’atteggiamento dell’opposizione, infatti, secondo il premier è più volto a «trovare un casus belli» per interrompere il dialogo che a cercare la via del confronto. Che il testo del decreto cambi ancora una volta, però, non è affatto escluso. Lo auspica soprattutto Napolitano, quando il provvedimento arriverà alla Camera. E una decisione favorevole sulla richiesta di ricusazione del giudice del caso Mills potrebbe aprire qualche spiraglio.