«Il glamour non basta per fare una bella mostra»

Una mostra in preparazione, «Il Rinascimento nelle terre ticinesi. Da Bramantino a Bernardino Luini», a Rancate, nella Svizzera Italiana. E un libro uscito da qualche mese, Un amore di Giovanni Bellini, pubblicato dalla milanese Officina Libraria. Due momenti apparentemente defilati e autonomi, nel lavoro di curatore e di autore, di Giovanni Agosti. Che però s’intrecciano nel definire alcuni nodi critici del fare oggi storia dell’arte, e, ancor più, di un problema che riguarda la maniera di fare le mostre che si è affermata negli ultimi decenni.
Perché a Rancate, e non a Milano, una mostra su Bramantino e Luini?
«Una mostra come quella che io, Jacopo Stoppa e Marco Tanzi faremo a Rancate nasce dal nostro lavoro di insegnanti con i ragazzi. Ci vuole il tempo per fare della ricerca. Nel momento in cui invece determinati eventi sono legati a scadenze assessorili e a problemi che sono più politici che scientifici, non possono rispettare i tempi “biologici” di sviluppo della ricerca. Soprattutto della ricerca dei giovani. E così si assiste a mostre che sono dei format, delle compilation, dei “pacchetti”: quello che si vede normalmente ha ormai più a che fare con terminologie attinte dal mondo della televisione. O del turismo. Non da quello degli studi».
Cosa manca oggi a Milano per poter fare un certo tipo di mostre?
«Nella Milano di oggi mi sembra difficilmente proponibile un rapporto così stretto tra insegnamento, ricerca e conoscenza del territorio. Sono dati che si sono rapidamente perduti nel corso degli ultimi decenni. Bisogna risalire indietro alla mostra di Zenale al Poldi Pezzoli per ritrovare questo tipo di tensione. In quel caso, ma si parla ormai del 1982, furono effettivamente riaperti i dossier sugli argomenti leonardeschi chiusi da molti anni. Oggi la realtà milanese è monopolizzata dalle grandi case editrici: le mostre vengono realizzate da agenzie, perché il Comune non ha abbastanza soldi. Una volta c’era l’Ente Manifestazioni Milanesi, che ha fatto cose egregie. E che aveva anche partecipazioni private. Non così invasive come sono oggi quelle di editori e agenzie, però. Per poter riempire in continuazione di eventi questo disgraziato Palazzo Reale ci si affida così a strutture che producono cose ridicole, come la recente mostra di Goya».
La seconda parte del libro Un amore di Giovanni Bellini, che analizza gli esiti della mostra sul pittore veneto tenutasi a fine 2008 a Roma presso le Scuderie del Quirinale, è quasi un pamphlet...
«Mi sta a cuore un problema d’igiene e di etica nell’organizzazione delle manifestazioni culturali. Da ragazzo non ci avevo riflettuto. Una mostra, così come uno spettacolo o un libro, mi sembrava semplicemente “bella”. Poi, crescendo, e occupandomi direttamente della produzione di mostre, ho capito che esistono in tal senso piani diversi di distorsione dell’etica. Uno, che può sembrare il più vistoso, riguarda l’abitudine di muovere opere che possono soffrire, esclusivamente per ragioni spettacolari».
I problemi di etica riguardano solo quest’aspetto?
«No, esiste proprio un problema di onestà intellettuale. Nell’indebolirsi della ricerca, si sostituiscono i tempi lunghi della maturazione delle considerazioni critiche con quelli che paiono invece oggettivi perché legati a strumenti esterni, com’è il caso delle riflettografie. Che, nel vuoto della critica, sono assurte al rango di protagoniste: è il problema di uno stremato positivismo di ritorno».
E dell’abitudine a costruire mostre con opere provenienti dal mercato, che ne pensa?
«Talvolta lo si fa senza che le persone prendano soldi. Semplicemente per vanità. Col massimo rispetto per il mestiere degli antiquari, se l’opera è necessaria alla ricostruzione di un determinato percorso critico, non bisogna avere alcuna remora nel richiederla. Molto spesso invece si assiste alla promozione indebita di pezzi che sono di dubbia qualità. Quante volte ci è capitato di vedere quadri privati o di commercianti presentati come Caravaggio negli ultimi anni? Direi che si tratta di problemi ancora una volta di natura morale, prima ancora che scientifica».
Non bastano date e attribuzioni corrette a fare una buona mostra?
«Le date giuste e le attribuzioni giuste sono questioni preliminari: una mostra dovrebbe comunque arrivare a dare un’interpretazione. Esiste una distinzione che mi è cara, a partire da quella pasoliniana tra cinema di prosa e cinema di poesia. Anche nelle manifestazioni espositive c’è la possibilità di distinguere tra mostre di prosa e mostre di poesia. A un certo punto della mia vita ho pensato che le mostre che mi piaceva fare erano delle mostre di poesia, dove ci fosse spazio anche per ellissi, impuntature, fastidi, bocciature sonore».
La poesia lascia spazio a un intento didascalico?
«Le mostre sono dei momenti di crescita civile. Anche se si tratta di “mostre di poesia”. Servono dunque cartelli, didascalie, e tutti quegli strumenti che pongano gli spettatori nelle condizioni di capire. Non intimidendoli, e cercando di non dimenticare che la comprensione dell’arte del passato è difficile. Si tratta di un mondo diverso dal nostro, che va da un lato avvicinato e dall’altro allontanato. Bisogna rendersi conto che esistono anche abitudini percettive, di fronte a una pala d’altare antica, a un cassone, che oggi noi non sappiamo più e che ricostruiamo con molta fatica. La volta che li ricostruiamo, abbiamo uno strumento in più per essere autonomi nel giudicare e per non subire quel che dall’esterno ci viene imposto. Per questo credo agli strumenti didattici tradizionali. Ai cartelli e alle didascalie. In quel discorso d’igiene delle mostre rientrano anche questi aspetti. Intimidire lo spettatore, sostituendo il cartello con l’audioguida, lo rende passivo e vincolato a un’unica verità».
Il «finto serio» è peggio del «commerciale»?
«Ci vorrebbe più coraggio: se si fanno mostre commerciali, le si deve dichiarare tali, come occasioni in cui si presentano opere molto importanti a un grande pubblico. E, dall’altro lato, si dovrebbe continuare a fare mostre di studio. Invece questa confusione, quest’illusione di scientificità veicolata a un pubblico ingenuo, è il problema più grave».