Il gran pasticcio di Tps

Il primo articolo che scrissi l'estate dell'anno scorso per il Giornale si intitolava «Vigilia di stangata» e in effetti sin da giugno 2006 appariva chiaro che il Governo stava preparando il terreno per rifilare al Paese una botta memorabile con la sua prima legge finanziaria. Come andò lo sappiamo tutti: la mazzata fu così forte e goffa che riuscì nel poco invidiabile risultato di far crollare contemporaneamente la timida crescita economica che si stava palesando nell'anno e il timidissimo consenso su cui si basava l'esecutivo.
Dopo solo un anno sembra sia passato un secolo: tutti gli indizi portano a pensare che quello che si sta preparando fra le macerie di palazzo Chigi sia un grosso e raffazzonato pasticcio, messo su con l'unico intento di tirare disperatamente a campare, senza un progetto, senza una visione, senza alcuno scopo differente dall'attenzione maniacale a non scontentare nessuno. Lo strumento principe sarà la distribuzione a pioggia delle mance. Le anticipazioni sono sconfortanti: prendiamo ad esempio il recente provvedimento con cui il governo si è affrettato a spendere parte del famigerato «tesoretto», vale a dire il cosiddetto «bonus» per le pensioni basse. I pensionati stanno arrabattandosi in questi giorni con un modulo surreale, dove devono certificare di disporre esclusivamente del reddito da pensione non superiore a 8.500 euro annui, indicando qualsiasi altro tipo di reddito che, se presente, fa perdere il diritto al bonus. Lasciando perdere il fatto che la probabilità per un vecchietto di rispondere correttamente alla richiesta di «computare i redditi personali esenti da Irpef e assoggettati a ritenuta alla fonte» è piuttosto bassa, la conseguenza pratica è che, dichiarando faraonici risparmi pari a circa cinquemila euro investiti in Bot (un'ossessione della sinistra), niente bonus. Qualche microreddito aggiuntivo onestamente dichiarato? Niente bonus.
Nessuna menzione di reddito familiare, che Visco vede come il fumo negli occhi: quindi via libera al bonus per la moglie o il marito del miliardario o dell'ereditiera (perfettamente legale) e a tutta la numerosa schiera dei furbi, mai giustificati come questa volta, che occultando i propri guadagni si approprieranno dell'assegnino da sventolare sotto il naso degli amici, come un premio del luna park. La distribuzione a pioggia comporta che per i veri bisognosi, quelli che davvero possono contare solo sulla pensione minima, il beneficio sarà in media di 90 centesimi al giorno, praticamente un gioco di prestigio: dal tesoretto alla miseria.
Anche dopo l'audizione di ieri di Padoa-Schioppa alle Commissioni bilancio e le «esternazioni» di Prodi a New York, tutte le anticipazioni conducono su questa strada: da un lato si sbandiera la capillarità dell'evasione e al contempo si pensa di accordare un taglio Ici solo a chi dichiara un reddito basso, quindi facendo partecipare alla mancia sicuramente gli evasori totali, con tanti saluti agli intenti di «restituire qualcosa a chi le tasse le paga». Persino un'assurdità come la tassa sui risparmi non viene semplicemente messa da parte, come sarebbe doveroso, ma per blandire la sinistra Prodi non trova di meglio di promettere che «non sarà in Finanziaria, ma la si può approvare in qualsiasi momento»: proprio il genere di incertezza che i mercati finanziari odiano.
Insomma, nient'altro che un gran pasticcio demagogico che non ci porterà da nessuna parte e che sarà finanziato con coperture scritte sul borotalco con inchiostro bianco, pronte a volatilizzarsi non appena la congiuntura economica dovesse rallentare, scoprendo il bluff della «lotta all'evasione». Purtroppo per noi un altro anno sarà sprecato, vanificato da questo goffo tentativo di fare passare la nottata, infischiandosene dei bisogni di un Paese fragile, nella vana illusione che lo scontento della gente si potrà placare facendo cadere dalla finestra della reggia una manciata di monete. Il premier si chiama Romano, ma Cesare Augusto è lontano anni luce: la verità è che il palazzo sta vivendo l'illusione di Caligola, pronto a nominare Senatore il suo cavallo. Basta che voti.
Claudio Borghi
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