IL GRANDE COMPLOTTO

C’è o non c’è un disegno dietro la crisi della politica italiana? Secondo noi sì e lo cogliamo dai fatti recenti e dall’aria che tira in Parlamento. Non è detto che il disegno vada in porto, ma è bene che lo si conosca almeno per quel tanto che già è intelligibile. Partiamo dai dati di fatto. Il primo è che il bipolarismo, sia per il fallimento del centro sinistra nella scorsa legislatura che per le faticose contorsioni dell’alleanza di centro destra, non entusiasma le gerarchie cattoliche e una parte del mondo produttivo. Lo scetticismo è diventato man mano un segnale cui si sono precipitati a rispondere sia esponenti dell’Udc, sia leader neocattolici come Francesco Rutelli, con Franco Marini ed altri esponenti dell’attuale centro sinistra. Il nuovo ambasciatore americano ha dimostrato anche pubblicamente l'enorme attenzione che il suo Paese attribuisce, per usare le sue parole, sia ai «Papa boys» che al «popolo delle notti bianche».
E poi il quadro con i suoi tempi ed elementi: lo scenario ha come sfondo il semestre bianco che comincia in tardo autunno, quando cioè il Presidente della Repubblica non potrà più sciogliere le Camere e convocare elezioni anticipate. Se durante il semestre bianco il partito di Follini decidesse di sfilarsi dalla maggioranza ritirando i ministri, si aprirebbe un’immediata crisi: l’attuale esecutivo cadrebbe, né potrebbe essere rimpiazzato se non da un governo istituzionale che riceva l’incarico di condurre il Paese alle elezioni di primavera. Un tale governo avrebbe già una maggioranza mista pronta a sostenerlo, e in quella maggioranza spiccherebbero di sicuro anche i protagonisti dell’operazione. È possibile che la scelta dell’incarico a uno dei due presidenti delle Camere cada su Pierferdinando Casini, ma ci sembra più realistico, e anche più elegante, immaginare che cada su Marcello Pera, figura laica molto apprezzata dal mondo cattolico.
Nel frattempo il gruppo dei cattolici e dei laici del centro sinistra guidati da Rutelli e Marini romperebbe le righe all’interno di quello schieramento per ricollocarsi in un’area già pronta e costruita. L’operazione proseguirebbe poi con una campagna di arruolamento nei due ex poli per far confluire altri elementi in questo terzo partito centrista. Una nuova Democrazia Cristiana, dunque? Pensiamo di no: la nuova forza avrebbe una duplice impronta, sia cattolica che laica. E da un punto di vista ideologico un tale progetto si richiama alla nuova dottrina di Papa Ratzinger secondo cui tutti coloro che condividono gli stessi valori sono dalla stessa parte sul fronte che difende l’Occidente.
Questa gestazione è tutt’altro che indolore perché sono in molti a non volerla nell’area che la sta preparando e dove si parla apertamente di spaccatura e di scissione, ciò che spiega anche lo snervante stop and go di questi mesi (come sanno tutti coloro che vogliono sfasciare un matrimonio, prima di tutto bisogna rendere invivibile la convivenza per poter concludere che non si può più andare avanti). Il governo e il suo leader sono in grado di resistere? Secondo noi sì soltanto se sapranno giocare d’anticipo con nuove e forti affermazioni sui valori e imponendo che si mettano subito le carte in tavola per scongiurare il pericolo di una crisi che l’elettorato non comprenderebbe e non perdonerebbe.
Se la potatura dei due poli a favore di una nuova formazione centrista dovesse comunque andare in porto, si arriverebbe allora alle elezioni con tre protagonisti anziché due, ciò che renderebbe la formazione centrista potenzialmente padrona del campo perché indispensabile per ogni tipo di maggioranza. Questo, in termini onesti benché ancora incompleti, ci sembra quel che bolle in pentola.