Grandi opere, i no di Pecoraro ci costano 10 miliardi l’anno

Il dossier Enel anticipato da &quot;Panorama&quot;: l’Italia resta senza infrastrutture, centrali a carbone, rigassificatori e inceneritori. <a href="/a.pic1?ID=209443" target="_blank"><strong>La sinistra: un attacco degli inquinatori</strong></a>

da Roma

L’amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, l’aveva già detto a Cernobbio: «La politica del non fare» può costare all’Italia «il 3% del Pil».
Non è solo un generico malessere nei confronti delle politiche energetiche del governo. Ci sono i dati: secondo uno dossier Enel, svolto in collaborazione con lo studio Ambrosetti, e di cui il settimanale Panorama ha pubblicato i risultati, le scelte sbagliate in campo ambientale e energetico stanno costando al Paese 40 miliardi di euro. «Secondo stime recenti – si legge nello studio - considerando gli impianti di produzione di elettricità a carbone, quelli di produzione a gas, le reti di trasmissione dell’elettricità e gli impianti di rigassificazione, i costi del “non fare” ammonterebbero a quasi 40 miliardi di euro (oltre il 3% del Pil nazionale)». La tassa dei ritardi burocratici o ideologici potrebbe arrivare, nel 2020, a 200 miliardi di euro, «se si considerassero anche le altre infrastrutture strategiche per il Paese».
Il dossier non punta l’indice contro il ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio, ma è dal leader dei Verdi che sembrerebbero arrivare le resistenze più oltranziste a rigassificatori, centrali a carbone e nucleare. La sua linea politica è chiara: all’inizio dell’anno aveva già dato per esempio il suo parere negativo al rigassificatore di Brindisi, definendo «illegittima» l’autorizzazione concessa dal precedente governo. E anche se non viene citato per nome, è Pecoraro Scanio il destinatario di molti dei messaggi lanciati dai vertici di Enel ed Eni. L’ultimo di ieri: l'amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, si è sfogato con il ministro Antonio Di Pietro a Palazzo Chigi: «Sui rigassificatori è una catastrofe. Non se ne riesce a fare neanche uno».
L’unico rigassificatore italiano, un impianto che consente di convertire il gas liquido importato via mare dall’estero, evitando così la dipendenza dei gasdotti, è proprio dell’Eni, e si trova a Panigaglia, in Liguria. Ma la burocrazia e una politica ambientalista non amica impediscono ad altri impianti di nascere. Secondo lo studio dell’Enel, la mancanza di rigassificatori costa all’Italia 5,9 miliardi di euro. E i pregiudizi nei confronti delle centrali a carbone dai 4 ai 7 miliardi di euro.
L’Enel ha pronto da tempo il progetto di un rigassificatore da 8 miliardi di metri cubi di gas a Porto Empedocle, in Sicilia, con un investimento di 600 milioni di euro, ma la pratica, dopo un lungo iter, non è ancora arrivata al ministero dell’Ambiente e deve essere licenziata dal ministero delle Infrastrutture di Di Pietro. In tutta Italia ne sono bloccati al momento altri nove.
Conti aveva già segnalato come sia sempre più grave la dipendenza energetica dell’Italia dall’estero: una subordinazione già largamente superiore alla media europea (l’85% contro il 53% dei Paesi della Ue). La mancanza di rigassificatori inchioda l’Italia a questo sistema di subalternità rispetto a Russia e Algeria, i principali esportatori di gas verso il nostro Paese.
Secondo lo studio dell’Enel, il 90% dei cantieri aperti affronta poi una contestazione. Viene lanciato l’allarme proprio sui «numerosi progetti di rigassificatori che sono bloccati da tempo» e si fa il paragone con la Spagna, divenuta in pochi anni, e anche con il governo Zapatero, un leader energetico grazie alla costruzione di «cinque rigassificatori in tre anni».
La mancata realizzazione di termovalorizzatori di rifiuti urbani sta costando invece all’Italia oltre 22 miliardi di euro. Al prezzo dei mancati impianti nel settore dell’energia e della gestione dei rifiuti, il dossier aggiunge poi le lentezze stradali per cantieri dell’Anas bloccati dalle esigenze legate alle valutazioni d’impatto ambientale: gravano sulla collettività per altri 36 miliardi di euro.