«Griffe» false: 78 denunciati

Dopo sette mesi di indagini individuata in Puglia la fabbrica che copia perfettamente i marchi famosi

Chiara Ennas

Dall’operazione «Anabasi» della Guardia di Finanza sono arrivate settantotto denunce, di cui diciassette per associazione a delinquere, per produzione e commercializzazione di merce contraffatta ad altrettante persone in tutta Italia.
La storia ha inizio a Genova nell’agosto 2004, quando, nel corso di un controllo alla merce venduta da un ambulante, la guardia di finanza sospetta che dietro quegli articoli firmati ci sia qualcosa di più che un semplice immigrato, vista anche la frequenza del «ricambio» dei prodotti firmati stessi. Partono gli accertamenti e le intercettazioni telefoniche, rese difficili dall’uso di codici alfanumerici per l’identificazione dei singoli prodotti, e nel corso dei mesi successivi, viene scoperto un clan familiare che con sole quattro persone è riuscito a mettere in piedi una rete di intermediari e acquirenti su tutto il suolo nazionale. La sede centrale di produzione è una piccola fabbrica a Barletta, di nome «Babylion», e alcuni magazzini vicini, dove zio Nunzio C., Michele C. un suo omonimo, e Savino C., rifiniscono i capi e gli accessori, vi applicano i loghi, cartellini e persino finti codici a barre. La merce viene smistata a Barletta, Andria e Bisceglie, per poi essere destinata a Roma, Bergamo, Rezzato e Gallarate e ad altre città dell’intera penisola. Se fra i destinatari finali c’erano soprattutto «stockhouse», cioè magazzini dove vengono vendute a prezzi bassi collezioni delle stagioni precedenti - di qui l’insospettabilità dei prezzi molto più bassi rispetto agli originali -, a Bergamo Valentino Rinaldo gestiva invece un vero e proprio negozio di abbigliamento. La merce passava poi ai venditori ambulanti, coinvolgendo tutte le marche più note: Prada, Levi’s, Guru, Nike, Ralph Lauren, Armani jeans, solo per citarne alcune.
Il colpo più duro inflitto dalle fiamme gialle all’organizzazione è però non tanto il sequestro della fabbrica di Barletta e di settecentomila capi e accessori, quanto piuttosto quello di oltre cinquemila «clichè», cioè i lucidi o la tela usati per imprimere i loghi da ricamare o cucire, danneggiando dalle fondamenta l’organizzazione.
L’unica nota «positiva» è il fatto che rispetto ai prodotti contraffatti cinesi, quelli italiani coinvolti sono di qualità assai superiore, anzi decisamente ottima.