Guadagni messi in piazza È successo già cent’anni fa

da Milano

«Ieri, alle ore 9, all’Ufficio finanze - via Omenoni 1 - sono stati esposti i ruoli della tassa di famiglia. Essi rimarranno a disposizione dei contribuenti per 20 giorni». È il 29 dicembre del 1909 e il Corriere della Sera pubblica «i risultati di un primo spoglio» dei 14 volumi che contengono l’elenco dei più ricchi di Milano. Non risulta che la cosa abbia sollevato scandalo. La tassa di famiglia era stata introdotta l’anno precedente dal Comune, nell’ambito di una profonda riforma tributaria che aveva determinato, tra l’altro, i valori locativi, il dazio sull’energia elettrica, la diminuzione del dazio sul gas, l’aumento dell’imposta per le aree fabbricabili. In Italia solo 40 comuni capoluoghi avevano già introdotto la tassa di famiglia; Roma riceveva il maggior gettito, 882mila lire, seguita da Firenze (499mila) e da Bologna (458). Si trattava di un’imposta «graduata in classi, applicata in ragione dell’agiatezza delle famiglie, desunta da redditi e proventi di qualunque natura», accertabile in modi diretti o indiretti, o desumibile dalle spese. Tempi primitivi: basti pensare che il principale metodo di accertamento indicato nel regolamento consisteva nel «chiamare a comparsa il contribuente». Cioè chiedergli conto, a voce, delle proprie condizioni. Esenti le famiglie con un reddito annuo netto complessivo inferiore alle 2.500 lire, mentre il primo scaglione, quello dei più abbienti, era riferito ai redditi dalle 100mila lire in su, ai quali era applicata «la tassa massima di 3.800 lire». In altre parole, la più alta fascia di ricchezza, peraltro approssimativamente accertata, era tassata al 3,8%: che regalo!
I maggiori contribuenti, quelli sopra le 100mila lire, nel 1909 erano 117, con un gettito complessivo di 444.600 lire, e cioè quasi quanto l’intero gettito della tassa di famiglia di Bologna. E questo conferma l’opulenza che già allora si esprimeva a Milano.
Ma chi erano le famiglie più ricche, cent’anni fa? Verrebbe da dire, con una battuta: le stesse di oggi, perché i nomi si sono perpetuati e la ricchezza stratificata. In primo luogo c’era l’antica nobiltà, l’aristocrazia terriera e immobiliare, con i Bagatti Valsecchi, i Borromeo, i Crespi, i Cicogna, i Crivelli, i Gallarati Scotti, i Durini, i Visconti di Modrone, i Serbelloni, i Litta Modigliani; nomi oggi legati anche a strade, palazzi, ville, musei. Poi, tanti protagonisti della nascente industria italiana: Gian Battista Pirelli (cavi e gomma), Giacomo Feltrinelli (legname), Ernesto Breda e Giorgio Enrico Falck (meccanica e siderurgia), Egidio e Pio Gavazzi, Giuseppe Frua, Edoardo Amman (industriali tessili). «Denunciavano» 100mila lire anche l’allora sindaco di Milano «marchese senatore» Ettore Ponti (dimessosi quello stesso anno in seguito a uno scandalo) ed Ettore Bocconi, secondogenito del fondatore della Rinascente. Nelle fasce di reddito successive si collocavano il direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini (60mila lire), Ausano Ramazzotti (72.200) nipote del creatore dell’Amaro, l’industriale della porcellana Augusto Richard (60mila), l’editore di musica Giulio Ricordi (60mila).
Ma quanto valeva il denaro, cent’anni fa? Raffronti certi sono impossibili, perché redditi e potere d’acquisto hanno mutato profondamente la loro qualità. Ci è d’aiuto Luigi Einaudi, che dalle stesse colonne del Corriere s’interroga sulla «ricchezza privata in Italia». Dopo calcoli arditi conclude: «Se noi dividiamo i 61 miliardi di ricchezza tra i 34 milioni di cittadini (1908), si avrebbe la ricchezza media per ogni abitante in lire 1.800. Ripartita fra i 7 milioni di famiglie italiane, quella ricchezza darebbe per ciascuna un patrimonio medio di lire 8.700». Ma, sulla base delle denunce di successione, «si può supporre che siano soltanto 6.800.000 i possidenti sui 34 milioni di italiani viventi; e in tal caso la ricchezza media di ogni possidente italiano risulta di 8.900 lire».
Più curioso è osservare che una scatola di pastiglie Valda valeva 1,5 lire, che lo stipendio del direttore dell’ufficio imposte e tasse del Comune di Genova era fissato in «lire 2mila aumentabili di un decimo per due quadrienni» o che la «Sirolina Roche» («catarri, tossi ostinate, influenza, scrofolosi») si comprava a 4 lire al flacone. Un abbonamento annuo al Corriere senza allegati costava 14 lire a Milano, 16 nel Regno, 34 per l’estero.