"Guai a lasciare l'’Irak. La guerra al terrorismo deve continuare"

Intervista con l'’intellettuale francese André Glucksmann, in Italia per presentare la sua autobiografia. "Il voto negli Usa e l’addio di Rumsfeld non cambiano le mie convinzioni"

Era bambino quando Hitler setacciava l’Europa centrale in cerca di ebrei da mandare nei campi di concentramento: fu la madre a strappare lui e i suoi fratelli dal treno diretto al campo di concentramento. Aveva solo sette anni quando l’opinione pubblica europea si illudeva di poter aver fiducia nell’Urss di Stalin solo perché aveva combattuto la Germania nazista. Questi due episodi hanno segnato la personalità di André Glucksmann che, trentenne, fu uno degli allievi di Raymond Aron e che dagli anni Settanta è emerso come uno degli intellettuali più vivaci e scomodi di Francia. In un Paese tendenzialmente antiamericano, negli ultimi 15 anni si è sempre schierato dalla parte degli Usa, anche in occasione della guerra in Irak. In questi giorni è in Italia per presentare la sua autobiografia (Una rabbia di bambino, Spirali edizioni) e ha concesso questa intervista al Giornale.

André Glucksmann, Rumsfeld si è appena dimesso. Lei è ancora convinto che l’uso della forza contro Saddam fosse necessario?

«Certo. Bisogna chiedersi: gli americani hanno criticato Bush perché aveva deciso la guerra o solo per il modo in cui l’ha gestita? La risposta giusta è la seconda. Sia chiaro, merita le critiche per i tanti errori commessi, ma l’uso della forza era necessario, e io non mi sento affatto sconfessato. D’altronde anche Hillary Clinton, che è stata eletta trionfalmente, non ha rinnegato il suo impegno a favore dell’intervento militare».

C’è chi dice: ora gli Usa devono andarsene al più presto...

«E sarebbe una catastrofe, perché farebbe piombare l’Irak ancor più nel caos e nella violenza. Significherebbe la vittoria dei terroristi. La elezioni Usa hanno visto il successo dei democratici, non certo di Schröder o di Villepin».

L’era dei neoconservatori è davvero finita?

«Non ho mai capito chi fossero davvero i neocon e se fossero una squadra. Ma questo non ha importanza, perché siamo a una svolta ben più importante delle elezioni americane. Anzi, drammatica.»

A che cosa si riferisce?

«Al pericolo di un Iran nucleare, è questa la vera tragedia. La guerra fredda si è retta su due tabù: quello di Auschwitz, contro gli effetti devastanti per l’umanità del fanatismo e dell’ideologia, e quello di Hiroshima, contro l’uso dell’atomica. Ma il presidente Ahmadinejad ha dichiarato più volte di non sentirsi vincolato né all’uno né all’altro. E dunque se un giorno avrà la bomba non si sentirà vincolato a non usarla. Chi spera di ricreare l’equilibrio del terrore, che funzionò con l’Urss, si sbaglia di grosso».

Eppure la Casa Bianca potrebbe cambiare strategia e dialogare con Teheran. È preoccupato?

«Mi sembra prematuro speculare su un ammorbidimento americano. E sarebbe sbagliato pensare di trattare con loro. Temo che il XXI secolo possa essere più terrificante del XX, nonostante i gulag e i lager. Nella mia vita ho imparato a individuare per tempo i rischi estremi. E oggi l’incubo è che armi come quelle nucleari, ma anche chimiche e batteriologiche, possano finire in mano a chi vuole deliberatamente distruggere. Non mi riferisco solo all’Iran, ma anche a singoli gruppi di fanatici. Hitler non aveva la bomba atomica, Stalin aveva conosciuto il trauma della Seconda guerra mondiale. I fanatici di oggi non si pongono limiti».

Dunque cosa occorre fare?

«Proseguire la guerra al terrorismo. È fondamentale che continui a esserci un’alleanza tra i Paesi che vogliono vivere civilmente la democrazia; un’alleanza che va estesa anche a Paesi che non sono democratici ma che rifiutano la destabilizzazione generata dal fanatismo, come l’Arabia Saudita».

Che però è tutt’altro che un esempio di civiltà...

«È un Paese conservatore che però rifiuta il terrorismo nichilista, sia per convinzione che per convenienza. Il punto è che siamo solo agli inizi: la guerra al terrorismo durerà per molte generazioni. Le decisioni di Bush rappresentano solo il capitolo iniziale di una lunga storia».

Si va verso lo scontro tra Occidente e Islam?

«Non credo, perché in realtà le principali vittime del terrorismo sono gli stessi musulmani. Io respingo il parallelo tra Irak e Vietnam. I vietcong focalizzavano i loro attacchi contro le truppe Usa, ora invece il numero delle vittime civili è di gran lunga superiore a quello dei soldati Usa. Nelle città irachene tremila persone rimangono uccise ogni mese negli attentati, tanti quanti i militari americani ammazzati dal 2003 a oggi. Definisco il terrorismo come un’aggressione armata che si propone di colpire deliberatamente degli innocenti. Islamici che uccidono islamici, questa è la realtà».

Molti ritengono Israele una delle fonti che alimenta l’estremismo fondamentalista. La pace con i palestinesi è una delle condizioni per un mondo migliore?

«Ritengo di no. Cosa c’entra Israele con il conflitto Iran-Irak? Con gli orrori di Saddam? Con le guerra in Algeria? I problemi del mondo arabo hanno altre ragioni. Una in particolare: lo sradicamento provocato dalla globalizzazione. È un ripiegamento identitario, il rifiuto di idee, tradizioni, sistemi economici diversi da quelli tradizionali. Ma non è detto che sia irreversibile».

Lei è molto critico nei confronti della Russia di Putin. Perché?

«Non è stalinista, né zarista; ma ha creato un’autocrazia. Ovvero ha commesso un errore ricorrente nella storia della Russia, un Paese in cui la modernizzazione non va a braccetto con la civilizzazione. Oggi prevale una gestione élitaria e verticale del potere. L’Occidente è troppo tollerante con lui».