La guerra di due miliardari all’ultimo feudatario d’Europa

L’isola di Sark è fuori da ogni giurisdizione. Il proprietario risponde alla regina (non a Blair) e decide leggi e tasse

Giuseppe De Bellis

Per entrare nella storia si deve pagare: una sterlina e 79 pences. C’è che a Sark la vita non costa, ma l'indipendenza sì. Allora quel pound più tre quarti serve a tenere in vita l'anno 1565. Non è che il tempo si sia fermato su quest'isolotto nella Manica, qui s'è solo appoggiato per cinque secoli l'ultimo pezzo di Medioevo. Sark è un feudo. Ha un proprietario e dei sudditi. È un pezzo di terra indipendente, ma non sovrano. Obbedisce alla Regina Elisabetta II, ma non a Tony Blair.
Sembra una cosa complicata e forse lo è: Sark è rimasta là dove il mondo è passato senza fermarsi. Qui una volta era tutto dei Normanni. Francesi. Gli inglesi arrivarono tardi: era il 1563. Si presero lo scoglio e altre due isole più grandi che gli sono vicine. Non se ne andarono più. Oggi questo rende tutto più contorto: le isole fanno parte della Corona britannica, ma non dell'Inghilterra. Allora, se Downing Street ha qualcosa da dire, deve passare per Buckingham Palace. Sark se l'è sempre goduta: «God save the Queen». Monarchici per continuare a sopravvivere. Allora, al compleanno di Elisabetta II si festeggia così: «À la reine, notre duc». Come se Sua Maestà fosse anche duchessa di Normandia. Orgoglio e sfida. Una cosa che non si capisce fino a quando non si guarda la cartina geografica: Sark sta in mezzo, su quella corrente del golfo di Saint Malo dove s'incontrano Bretagna e Normandia. Ecco: qui la Francia è una necessità, l'Inghilterra la proprietà. Allora il compromesso. I cittadini sono meno di 600: hanno cognomi inglesi, ma tutte le località dell'isola si pronunciano in francese. La lingua è inglese, così come la sterlina e le usanze, però il capo della magistratura è il senechal, lo sceriffo il prevot e l'archivista il greffier. Soprattutto il signore dell'isola è il Seigneur. Risponde a un nome e cognome: Michael Beaumont. È proprietario dal 1974, quando la nonna Cyril gli diede in eredità l'isolotto. A Sark è sempre stato così: di mano in mano dal 1565, quando Elisabetta I concesse la terra a un nobile, il Seigneur Helier de Carteret, e ai suoi eredi, col compito di difenderla dalla Francia. De Carteret divise questo pezzettino di terra lungo circa sei chilometri e largo uno in quaranta feudi e in ognuno ci mise un suo uomo. Elisabetta chiese solo una cosa: una tassa. Una sterlina e 79 pences, please. Due euro e mezzo o poco più.
Beaumont ogni anno deve affrontare la spesa. Paga e mantiene il diritto a tenersi la sua proprietà nella storia. Un pound e tre quarti non è solo un simbolo: era un ventesimo della paga annuale di un soldato dell’epoca. Tradizione e passato. Come tutto: a Sark sono vietate le automobili, è vietato il divorzio, c'è una legge che permetterebbe di picchiare le donne con un bastone. Non viene applicata, ovviamente. Così come il Seigneur ha deciso di rinunciare allo ius primae noctis. Però Beaumont mantiene un esercito di quaranta uomini armati di moschetto: con la costa francese a venti miglia, meglio stare in guardia. Non esistono partiti politici, ma il Parlamento sì: dodici persone elette e 40 membri per diritto ereditario. Sono i baroni che gestiscono i feudi. Significa che sono tutti fedeli al Seigneur e allora addio Parlamento, tanto vale che decida tutto lui. E così è: senechal, prevot e greffier li nomina Beaumont. I due poliziotti anche.
Non si rischia molto a Sark. Solo dieci anni fa successe qualcosa di strano: André Garnes, un francese, arrivò sull'isola confuso tra i passeggeri di un traghetto. Aveva con sé alcuni fogli: li affisse alle porte delle chiese. Contenevano l'annuncio del suo colpo di Stato: «Mi sostituirò al vostro feudatario. Sono io il vero Seigneur». Dormì una notte su una panchina, poi il giorno dopo si travestì da Rambo e con un fucile automatico in mano cercò di avvicinarsi all'abitazione del Seigneur. Beaumont se lo ricorda ancora: «Diceva di avere dei diritti ereditari su Sark. Lo notò Trevor Kendall, l'elettricista e poliziotto part time. Trevor chiamò soccorsi. Arrivò Philip Perree, l'altro poliziotto. Lui fa l'agricoltore. Aveva un trattore e con quello inseguirono l'uomo e lo acciuffarono. Fu condannato a 15 giorni di carcere». Ride al telefono Beaumont. Ride sapendo che oggi non ha più nemici armati, ma ne ha due peggiori: i gemelli Frederick e David Barclay. Sono i ricchissimi proprietari dell'Hotel Ritz di Londra ed editori di una manciata di giornali britannici. Nel 1993 comprarono l'isolotto di Brecqhou, una lingua di terra staccata da Sark ma parte del suo territorio. La presero per costruire un castello che oggi è finito ed è il loro rifugio. All'inizio accettarono le regole del feudo: il versamento di una tassa annuale pari a un tredicesimo del valore di Brecqhou. Nel 1998 le cose sono cambiate: Beaumont ha chiesto un ulteriore balzello. Tremila sterline sulla ricchezza visibile, ovvero sul castello appena costruito. I gemelli l'hanno presa malissimo e da allora hanno cominciato la loro guerra contro quello che chiamano il dittatore di Sark. Da otto anni Frederick e David prendono in prestito pagine dei loro giornali per pubblicare la loro rabbia contro il Seigneur. Hanno chiesto anche l'intervento della corte di Giustizia Europea per togliere il potere assoluto a Beaumont. Hanno sempre perso per un motivo molto semplice: Sark non è legata al governo di Londra, quindi non c'entra formalmente con l'Unione Europea. Tanto è vero che non viene applicato Maastricht e neppure Schenghen. Sconfitti, i gemelli potenti non hanno mollato e adesso rischiano di far saltare il tappo della storia: la loro pressione ha portato il Parlamento di Westminster ad approvare una legge che obblighi Sark a introdurre una nuova forma di governo con un Parlamento fatto da 16 signori più 16 rappresentanti eletti dal suffragio universale. Il decreto è pronto. Serve il sì della Regina. Senza il sigillo reale Sark non può cambiare. Beaumont, il signore dell'ultimo feudo d'Occidente, ci crede: «Sarò sempre il Seigneur e sono pronto a cantare ancora God save the Queen».