La guerra fredda in Medio Oriente

Il viaggio di Condoleezza Rice e di Robert Gates che è cominciato ieri in Egitto e prosegue in tutto il Medio Oriente per una settimana, è un tentativo estremo di far fronte al pericolo iraniano; è una rischiosa mossa Usa per passare da una gestione difensiva, dalla paura dell’«estate calda» minacciata a Damasco da Ahmadinejad, alla fase del consolidamento di un forte fronte moderato sunnita e della deterrenza. Per farlo, la strada è quella di una retromarcia verso la Guerra Fredda: ma l’America e la Russia, stavolta, scelgono un terreno in cui può giocare l’imprevedibilità della jihad islamica.
La Rice, che a Sharm el-Sheikh ieri ha incontrato otto ministri degli Esteri arabi, e che dopo gli egiziani vedrà i sauditi e poi, domani, sarà a Gerusalemme e giovedì a Ramallah, sta abbandonando la strategia della democratizzazione teorizzata da George Bush, mentre passa, di fatto, a una fase in cui giocano le armi, e il cui successo è tutto legato alla scommessa sul fronte moderato sunnita, che gli Usa stanno fornendo di sistemi ultramoderni. L’Egitto riceverà, secondo un accordo ancora in fieri, 14 miliardi di dollari in 10 anni di assistenza militare, Israele avrà il 25 per cento in più del consueto aiuto, ovvero invece di 2 miliardi e 400 milioni, circa 3 miliardi l’anno per 10 anni. Non è poco, ma Israele si preoccupa che l’accordo possa sopravvivere alla fine della presidenza Bush, e non scommette certo sulla simpatia saudita.
In realtà si avverte un senso di frastornato stupore, nessuno ancora è in grado di valutare bene le novità. Due sono le maggiori vendite d’armi in corso: gli Usa si sono impegnati con l’Arabia Saudita per 20 miliardi e più. Fra i sistemi più avanzati venduti, i Joint Direct Attack Munition, Jdam, che trasformano regolari bombe gravitazionali in bombe intelligenti guidate dal satellite. Possono arrivare quasi ovunque.
Dall’altra parte, una seconda grande vendita che invece riguarda la Russia: è quella di 250 aerei da combattimento Sukhoi 30, ceduti con strutture di rifornimento che ne estendono la portata di migliaia di chilometri. Non basta: due settimane fa abbiamo appreso di un accordo fra Bashar Assad di Siria e Ahmadinejad che ha offerto alla Siria la sua assistenza economica per acquistare armi e sistemi missilistici russi per un miliardo di dollari e per avviare strutture atomiche e chimico biologiche. Procede la bomba iraniana, lo scenario si fa irto di missili, la Russia vi vede un’occasione di riconquistata egemonia, gli Usa cercano la strada per non intervenire direttamente costruendo invece un fronte di alleati mediorientali.
Condi Rice pone in questo viaggio le fondamenta per la risposta “realista” in un nuovo sistema di potere mondiale: gli Usa da una parte e la Russia dall’altra riforniscono di nuovo i loro alleati di armi. L’espansionismo sciita si serve dei russi e i russi di lui, mentre con i sunniti, salvo che per la rilevante eccezione di Hamas, l’alleato è Bush. Ma stavolta il terrorismo religioso comporta un rischio di perdita di controllo molto maggiore. Prima di tutto, l’iniziativa privata di un qualsiasi pilota jihadista può indurre una guerra mondiale. In secondo luogo, l’Iran e i suoi alleati disprezzano un alleato secolare o cristiano, e sono fuori controllo. Quanto all’Arabia Saudita non è un alfiere del mondo occidentale: è la culla dell’estremismo sunnita wahabista che ha generato Al Qaida e le madrasse jihadiste di gran parte del mondo, la metà del terrorismo in Irak sembra provenire di là, la maggioranza degli attentatori dell’11 di settembre erano sauditi. Se poi Condi si aspetta un aiuto nel processo di pace fra Israele e Abu Mazen, ci sono seri disaccordi. I sauditi vorrebbero Hamas di nuovo in gioco, ripropongono nel loro piano di pace il «diritto al ritorno» che Israele non può accettare, e forse non sono estranei alla proposta della Lega Araba di chiedere a Israele il ritiro da tutti i territori, compreso il Golan.
Ma la Rice gioca il tutto per tutto: per gli Usa la deterrenza verso l’Iran è il gioco più importante, e su questo è evidente la confluenza di interessi fra Usa, Sauditi e Israele. L’alleanza però avrà un senso a patto di un sistema di controllo degli Usa sulla dislocazione e il funzionamento delle armi, uno stop saudita ai fondi per l’estremismo, la cessazione dell’incitamento antisraeliano e dell’acquiescenza al terrorismo in Irak.
Fiamma Nirenstein
www.fiammanirenstein.com