Una guerra per poter sopravvivere

Oggi, di fronte all’ennesima, drammatica crisi mediorientale, le diplomazie internazionali cercano - è evidente - delle possibili soluzioni. Ma perché da quasi sessant’anni rimangono irrisolti sia l’assetto politico, geografico, istituzionale dei territori israeliani e palestinesi, sia la pacifica convivenza, che pure in astratto non sarebbe da escludere, delle popolazioni che vivono in quelle terre? Se in sessant’anni la comunità internazionale, ai più alti livelli, non è riuscita a dare una definitiva soluzione al problema della costituzione di due Stati indipendenti, significa che non ha voluto compromettersi, sbilanciandosi da una parte o dall’altra dei contendenti.
Sono comprensibili e giuste le parole di pace che vengono invocate per mettere fine al conflitto tra Israele e il Libano in mano ai terroristi Hezbollah, ma chi pronuncia quelle parole, anche nella massima buona fede, non tiene conto che la guerra non è che la continuazione della politica, quando la politica non è in grado di risolvere i problemi che insorgono tra nazioni e popoli.
Come in tutte le cose c’è un’origine che non andrebbe dimenticata per capire ciò che accade. E non è un caso che all’origine dei conflitti mediorientali ci sia una tragedia nella tragedia della Seconda guerra mondiale, cioè la Shoah. Le iniziative volte a costituire uno Stato ebraico hanno date anteriori a quella guerra, ma è il colossale senso di colpa dell’Occidente democratico, che ha assistito al martirio di milioni di ebrei, ad aver dato una svolta decisiva alla formazione dello Stato di Israele. E neppure va dimenticato che all’origine era stata proprio l’Unione Sovietica e i Partiti comunisti europei coloro che più avevano favorito la costituzione dello Stato di Israele, vedendo in esso l’occasione per rompere l’egemonia inglese su quei territori. Con il passare del tempo gli alleati di Israele sono cambiati e questo sottolinea con maggiore evidenza che ciò che ha consentito la formazione di uno Stato ebraico è stato non solo la politica ma la guerra.
Dunque, sensi di colpa occidentali, influenze internazionali che si scambiano le parti in un cinico gioco della politica sulla testa delle popolazioni hanno finito per mettere in scena una grandiosa e ipocrita ambiguità ideologica che condiziona le prese di posizione degli Stati europei. Di fronte a questa situazione, a cui va aggiunta la pilatesca ambiguità dell’Onu, lo Stato di Israele fa l’unica cosa che gli è possibile quando la comunità internazionale con le sue catastrofiche indecisioni ideologiche (che talvolta mascherano precisi interessi economici) rende vana l’iniziativa politica: la guerra.
Per esempio, credo che molti ancora ricordino le immagini trasmesse dalla televisione soltanto undici mesi fa: Sharon faceva smantellare gli insediamenti dei coloni ebrei sulla Striscia di Gaza. Scene strazianti in cui si vedevano fattorie, talvolta interi villaggi abbattuti dalle ruspe, a cui si opponevano inermi vecchi e giovani ebrei che non volevano venisse distrutto il lavoro di una vita. La decisione di Sharon era politica, una politica che dimostrava buona volontà, che non aveva contropartite, per giungere alla soluzione della formazione dello Stato palestinese e che forniva oggettive opportunità politiche ai palestinesi per l’avvio di una pacifica intesa con Israele per la costituzione di due Stati autonomi e indipendenti. Invece di sfruttare politicamente l’occasione e di utilizzare le risorse economiche di quella zona che gli ebrei avevano trasformato in un giardino strappato al deserto, i palestinesi hanno eletto Hamas al governo e ripreso le attività terroristiche contro Israele. In proposito, cosa ha fatto la comunità internazionale per favorire la distensione tra i due popoli avviata dal gesto unilaterale di Sharon? Niente, a meno che non mi sia sfuggito qualcosa di irrilevante.
Chi ha vissuto qualche tempo in Israele, ha facilmente compreso che giovani e anziani non temono la guerra perché convivono quotidianamente con le stragi dei terroristi. Giovani e anziani ebrei che sanno con assoluta semplicità che la guerra è una componente inevitabile ed essenziale della politica. E oggi, a questa guerra affidano, come è sempre stato, la loro sicurezza e la loro sopravvivenza.