Guerrieri e santi nell’eremo del Tino blindato fino a ieri

Nella parte occidentale del Golfo della Spezia. Una collana di perle che si assottiglia dalla Palmaria allo scoglio del Tinetto. In mezzo ci sta l'isola del Tino. Quella che se facevi il giro turistico in vaporetto sembrava blindata. Compatta nel «divieto d'accesso-zona militare». Oggi puoi metterci piede grazie alla convenzione tra Comune di Portovenere e Marina Militare. Che questa terra altra, patrimonio dell'Unesco, diventa abbordabile. Un peccato sfiorarla solo con gli occhi. È nel Parco regionale di Portovenere. Perché non renderla fruibile turisticamente? Una richiesta all'ufficio del parco, numero massimo di trenta, e il battello raggiunge il Tino. Con tutti i vincoli dell'unicità del patrimonio. In attesa nel futuro prossimo di un'area destinata a riserva marina subacquea. Un passo alla volta. Ma la direzione è la fruizione di tanta bellezza. Sopra e sotto.
Il Tino come la Palmaria. Ancora intatti grazie al presidio militare. E i tempi sono maturi per sbarcarci senza speculazione. Centoventisettemila metri quadri e un perimetro di due chilometri. Sul versante occidentale l'alta falesia che la rende inaccessibile. Dall'altra parte un porticciolo, l'unico punto d'attracco. Verde e pietra. Caricati di bellezza quanto più vicini e lontani. In capo all'isola il faro; sotto, il complesso monastico. Poi i resti di una batteria dell'ultima guerra. L'ossimoro di queste isole spartite fra santi e guerrieri. Da una parte chiese, eremi. Luoghi di fuga reale o purificazione dell'anima. Dall'altra fortezze. Avamposti a presidio della costa. Strutture eterne. Le signore delle isole. Al Tino c'è una sorveglianza militare costante. Non basta a scioglierne la magia. È quasi folcloristico in questi tempi d'attesa. Gli uomini della costa di fronte, i civili, la costeggiano silenziosi. Abituati a conviverci. Abituati ad ascoltarla di lontano, a immaginarla prima di vederla. Abituati a infilarla nelle storie che ancora si condiscono sul mare. Appartiene al paesaggio e alla Difesa. Fino a ieri era accessibile solo 13 settembre e la domenica successiva. Per toccare il proibito. Pensa che gusto. E la faccenda era tutta religiosa. Il 13 è la festa di San Venerio, che abitò l'isola per molti anni e vi morì nel 630. È il patrono dei fanalisti, gli uomini dei fari. Il Tino assaggiato palmo a palmo. L'urgenza del segnalare nelle notti inchiostro la via alle barche. Accendeva un falò sulla sommità dell'isola, orientamento per le navi di passaggio. Quando morì, i Benedettini partirono dalla tomba per costruirci un monastero. Distrutto più volte e risistemato sempre. I genovesi buttarono l'occhio e presero lo spunto per il torrione che servì poi come basamento dell'attuale faro. Al Tino il faro fu attivato nel 1840 dal Genio Civile. Prima alimentato con olio vegetale, poi minerale. Nel 1884 cresce una seconda torre, più alta. Un secolo dopo l'automatizzazione. L'uomo del faro si rilassa. Ci pensano le macchine. Ma le storie ci restano incollate. Fascino e mistero. Blindato. Il sipario s'alzava due volte l'anno per ficcare il naso appena. In quel settembre d'estate calante che sull'isola ha un altro nerbo. Poca terra e una varietà inattesa di essenze arboree. Finocchio marittimo e cineraria. Lecci e pini d'Aleppo. Poi i gabbiani reali e il falco pellegrino, la lucertola muraiola, il geco e il tarantolino. Di fronte l'isolotto del Tinetto che conserva ancora i resti di un edificio religioso, forse un monastero femminile, risalente al sesto secolo. Una relazione stretta, ordita nel passato. Da isola ad isola. Dove il mare era collante. Da recuperare oggi.