Gustavo Dudamel: «Suono Mahler ma amo i Beatles»

Il giovane direttore venezuelano domenica chiude la stagione della Scala con la Quinta Sinfonia e pagine di Mozart e Ives. «In musica non ho pregiudizi». In autunno tornerà con «Don Giovanni»

Piera Anna Franini

da Milano

«Me encantan la salsa e il merengue, ma anche i Beatles, Beethoven, Mahler. Non ho pregiudizi in tal senso», lancia uno sguardo compiaciuto alla giovane moglie (tale da sei mesi), e sigilla tanto eclettismo con il sorriso tipico di chi ha familiarità con il sole. È Gustavo Dudamel, direttore venezuelano, classe 1981, domenica (ore 20) alla Scala per l'ultimo concerto della stagione dell'Orchestra Filarmonica. Sorriso anche confortato dalla garanzia di tre angeli custodi: i direttori Abbado, Baremboin e Rattle. Spiriti celesti a parte, Dudamel deve tutto a José Antonio Abreu: «lo considero un padre, è un uomo minuto ma di grande energia» spiega parlando dell'artefice del sistema di scuole musicali venezuelane che tradotto in numeri equivale a 250mila musicisti, 140 orchestre giovanili, 125 infantili e trenta di professionisti. Sistema che in Dudamel e nell'Orchestra Simon Bolìvar ha la sua più bella vetrina.
Dudamel, figlio unico, nato in una famiglia della media borghesia venezuelana, di forti tradizioni musicali, confida che il gioco prediletto dell'infanzia consisteva nel comporre orchestre con i Lego per poi dirigerle. È venuto alla ribalta prepotentemente nel 2004 grazie alla medaglia d'oro al Concorso Mahler dei Bamberger Symphoniker. Lo incontrammo per la prima volta nell'ottobre 2004, a Bonn, in occasione del BeethovenFest, per un concerto «last minute» (sostituiva Frans Bruggen) che segnava il suo debutto europeo alla testa di un'orchestra che non fosse la Bolivar. Da allora è stato un crescendo rossiniano di inviti eccellenti, ai Bbc Proms, al Festival di Verbier, a breve al Festival di Lucerna e alla Carnegie Hall. Ha diretto la Los Angeles e la Boston Symphony, la Philharmonia di Londra, la Staatskapelle di Dresda. Incide per la Deutsche Grammophone che in autunno farà conoscere le sue letture della Quinta e Settima Sinfonia di Beethoven alla testa della Bolivar, poi, ci spiega il direttore «ci sono altri cinque progetti sempre con l'orchestra venezuelana».
Dudamel ammette di amare in modo viscerale Mahler e in particolare la Quinta Sinfonia che assieme a pagine di Ives e al Concerto K 453 di Mozart con Leif Ove Andsnes al pianoforte, rientra nel programma di domenica alla Scala, di cui ha parlato ieri pomeriggio in un affabile incontro con il pubblico. Ha raccontato il suo primo incontro con Abbado. «L'ho conosciuto nel 1999, a Caracas, durante una tournée con la Gustav Mahler. Prima della prova del suo concerto venne ad ascoltare l'orchestra giovanile del Venezuela, complesso che stavo dirigendo. Nel 2000 ospitò a Berlino l'orchestra che nel frattempo era cresciuta. Così la nostra relazione finì per saldarsi del tutto». Dopo questo spettacolo, Dudamel tornerà presto alla Scala, in autunno, per debuttare nel Don Giovanni. «Lo sto studiando da mesi - puntualizza -; in marzo, a Berlino, mi sono confrontato con Barenboim. Tra qualche giorno andrò a far visita ad Abbado, con la partitura di Mozart sotto braccio ovviamente». Non lo intimorisce certo l’idea di dirigere orchestrali più anziani di lui. «Quando si ha ben chiaro quello che si vuol fare non ci sono problemi. La musica è uno scambio vicendevole, il direttore è colui che media fra la partitura e l'orchestra. Guai se un direttore si chiude e irrigidisce». Ma Dudamel è anche compositore. «Però purtroppo ora non sto scrivendo nulla, non ne ho il tempo. Scrivevo molto quando ero ragazzo, ci sono tante cose rimaste incompiute che non vedo l'ora di riprendere in mano».