Ha ragione Messori, il lusso è cristiano

Ho seguito con interesse il dibattito sul consumismo natalizio suscitato da Vittorio Messori e dalle riflessioni di Antonio Socci e del cardinale Carlo Maria Martini.
Di fronte all’immagine del Natale consumistico, alla frenesia degli acquisti e dello scambio di doni, è comprensibile il richiamo alla sobrietà e all’essenzialità della festa. Vorrei però far notare come l’orazione sulle offerte della Messa della Notte di Natale parli di «sacrosanctum commercium», secondo le parole di San Leone Magno. Dunque, il Natale stesso è definito «commercium», intendendo lo scambio tra Cielo e terra, quel Bambino che unisce divinità e umanità. La povertà di Gesù è nel donare se stesso, la sua carne per il mondo. È il senso recondito del dono natalizio, questo sì da far conoscere. Un dono che deve essere consumato, come Egli disse morendo: «Consummatum est». Questa è anche la vera povertà.
È nel cuore della liturgia natalizia l’idea dello scambio, del dono del Cielo che dona la sua divinità alla terra e la terra si apre per riceverlo grazie al sì della Madonna e di san Giuseppe, dei Pastori e dei Magi, della gente comune del presepe così affaccendata eppure così desiderosa di andare a Betlemme. La bellezza del Natale è tutta qui. Anche l’uomo più distante e disinteressato è «contagiato» da questo, perché si tratta di qualcosa che appartiene al senso religioso, al desiderio più profondo dell’uomo, che anche inconsapevolmente, desidera partecipare della divinità. Ma noi sappiamo che questa partecipazione è possibile solo se la divinità si china sull’uomo e se l’uomo le apre la porta.
L’idea del consumo appartiene alla natura dell’uomo, Gesù non ha condannato il consumo, lui stesso ha partecipato a cene e pranzi. L’importante è riscoprire che Dio si è fatto carne, e dunque nella nostra società, che non può più essere chiamata cristiana, non si può pensare soltanto di «insegnare» agli uomini; questa società così povera di significato, ha bisogno di incontrare la bellezza della divinità. Il Natale è lo stupore dell’incontro con Colui che fa gustare la bellezza del divino nell’umano.
È bello che il Natale sia una festa capace di attivare anche chi non è cristiano, anche chi non crede o chi appartiene ad altre religioni, e si sente coinvolto nel clima di festa, anche se non ne conosce o non ne comprende il significato, anche se gli è divenuto indifferente. Mi piace immaginare che il Signore sia contento di questo coinvolgimento, perché Egli stesso ha detto che ci sono tanti che adorano ciò che non conoscono e per questo è venuto come il Salvatore.
L’uomo che durante queste feste consuma, fa e riceve regali ha in fondo una grande nostalgia dell’unico, vero, grande dono. Ha nostalgia di quella risposta che troviamo nell’evento della nascita di Gesù. Dio vuole vincere la morte, la tristezza, e agisce attraverso la materia, s’incarna. Nel Prefazio di Natale vi è questo eloquente passaggio: «Nel mistero del Verbo incarnato... conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle cose invisibili». Non dobbiamo, credo, condannare gli uomini perché in questo tempo appaiono così afferrati dal visibile, ma cercare di far loro incontrare quell’Invisibile che si manifesta nel visibile, quel dono che ciascun uomo e ciascuna donna attendono (...).
(tratto da www.labussolaquotidiana.it)