Ha vinto il buon senso. Basta concorsi truffa e via alla meritocrazia

Accolta la tesi del "Giornale": saranno sorteggiate le commissioni d’esame per l’assegnazione delle cattedre

Era solo una questione di buon senso, e quando c’è la volontà, generalmente le cose di buon senso si comprendono facilmente. Il ministro Gelmini interviene con la necessaria tempestività per affrontare quattro questioni decisive, poi ci sarà un po’ più di tempo per riflettere sul modo di cambiare l’istruzione universitaria.
Incominciamo con la questione dei tagli, che ha scatenato le proteste di studenti e professori. Se i finanziamenti che l’università riceve dallo Stato fossero determinanti per la qualità complessiva della ricerca accademica, tagliarli significherebbe danneggiare tutti i livelli del lavoro universitario. In queste ultime settimane il nostro quotidiano ha avuto modo di dimostrare ampiamente quale sperpero si sia fatto con il denaro pubblico negli atenei italiani.
Il decreto del ministro taglierà i finanziamenti là dove c’è cattiva gestione amministrativa e dove è scadente la qualità della ricerca. Questa decisione è fondamentale perché introduce un metodo, cioè la competitività tra le università: sia nella gestione, sia sui risultati della ricerca e dell’istruzione.

Per chi non lo sapesse, la Crui, cioè l’organismo che unisce tutti i rettori dell’università, ha agito in queste settimane di crisi come un sindacato che avanza richieste al ministro. Fin qui niente di strano: quello che è inammissibile è che tali richieste (prevalentemente economiche) sono state fatte come se l’università italiana fosse una realtà unica, sindacalmente rappresentabile. Esistono invece differenze enormi tra le singole università, che riflettono gradi di qualità didattica e di ricerca enormi. Ci sono università che svolgono il proprio lavoro decentemente, altre in modo disastroso. Ora la decisione del ministro di diversificare i finanziamenti, oltre a rompere il fronte sindacale della Crui, introduce una differenziazione di merito tra i singoli atenei, secondo l’elementare principio che i bravi vengano premiati, gli altri no.

Altro punto del decreto Gelmini: borse di studio ai giovani. Ottima decisione, ma sarà importante capire quali saranno i criteri di assegnazione delle borse: troppe volte la valutazione del reddito familiare non corrisponde alle reali esigenze economiche dello studente. Si faccia in modo che a coloro che chiedono la borsa di studio scatti contemporaneamente l’accertamento fiscale. In ogni caso, la destinazione di una quota dei finanziamenti per borse di studio dimostra la meritoria attenzione del governo al ruolo insostituibile dell’istruzione pubblica.
Terzo punto del decreto Gelmini: turn over. Per ogni professore che andrà in pensione saranno assunti due ricercatori. Anche in questo caso il nostro giornale aveva dimostrato nelle scorse settimane come il personale docente delle università italiane sia il più vecchio d’Europa. Il decreto legge porta a un reale, immediato svecchiamento delle accademie.

Ultimo punto, che lascio alla fine perché è il più importante. Avevo sollevato su queste pagine senza mezzi termini come i concorsi universitari, cioè il sistema di reclutamento dei docenti, siano vere e proprie truffe. Avevo anche chiesto al ministro di sospendere questi concorsi che, torno a sottolineare, in modo truccato faranno entrare 4.500 docenti, bloccando il ricambio degli insegnanti d’università per i prossimi anni. Il ministro non li ha sospesi, però ha modificato le regole per la formazione delle commissioni giudicatrici. Anziché per elezione, saranno costituite per sorteggio. Questa norma sta già scombussolando le carte delle baronie del potere accademico che da tempo avevano deciso come pilotare le elezioni, chi eleggere e quali candidati far vincere.

Quello del ministro è un primo passo: il cammino da fare per moralizzare questo aspetto essenziale della vita accademica è ancora lungo, però è un passo che fa intendere che la misura è ormai colma, che certa indecenza non è più tollerabile, che d’ora in avanti la musica dovrà cambiare.

C’è da augurarsi che il prossimo disegno di legge sull’università sia orientato in un senso molto preciso: le università non sono agenzie di collocamento del personale attraverso metodi clientelari e nepotistici; le università non sono tutte uguali: vanno premiate quelle che producono qualità; le università pubbliche devono poter competere con quelle private, anche attraverso il sostegno di giovani meritevoli.