"Hai la cellurlite? No, io sono bifonale"

La lingua è uno strumento di grande adattabilità e dunque in continuo sviluppo. Parole che nascono, parole che muoiono, forme verbali e sintattiche che perdono smalto, nella lingua è tutto un divenire. Nessuno usa più vocaboli, un tempo affermati, come «versiera», «giummella», «donneare» o «avvisaglia» nel suo vero significato, cioè «a viso a viso». Non parliamo del congiuntivo per carità di patria, ma il passato remoto (amai) e il trapassato (io ebbi amato) sono stati travolti dal più plateale passato prossimo (ho amato). Totalmente scomparso dal linguaggio anche il futuro anteriore, eppure strumento insostituibile per definire con precisione la sequenza delle azioni: «quando arrivo te lo dico» fa ormai aggio sul «quando sarò giunto te lo dirò». Ma per tante parole (e forme) che se ne vanno, di nuove ne entrano ad arricchire un già ricchissimo vocabolario. Però, ecco che ci siamo, vi entrano se necessarie o se, prima ancora d'esser rubricate, sono passate di bocca in bocca: videofonino (ed ora, con l'iPhone, melafonino), badante, bioterrorismo, eurolandia, doppiopesista, panpacifista, fancazzista (pardon), bloggista, tuttologo, sciampista, tronista, tangentopoli, tangentaro, monitorare, cliccare, chattare, globalismo, abortificio, stipendificio, videogioco, solo per citarne un pugno. È evidente, dunque, che quello del Telegraph è e resta solo un gioco: onestamente nessuno sente il bisogno di trovare una parola che definisca chi parla su due telefonini (bifonale) o chi vi urla dentro (cellurlare, quando secondo me basterebbe «fesso»). O chi è un «e-mail incontinente» e dunque, secondo quegli spiritosi del Telegraph un reply-arrhea.
È strano questo nostro voler coniare sempre parole nuove quando in pratica delle parole ce ne facciamo, con rispetto parlando, un baffo. Di vocaboli a disposizione l'italiano ne ha su per giù 140mila. Un conversatore colto ne adopera, al massimo, 800. L'italiano delle tivvù non va più in là delle 400. E 250-350 sono le parole che compongono il vocabolario dell'italiano medio sulla via, come ci ammonisce l'Ocse, della de-alfabetizzazione. Il verbo «fare», tanto per dirne una, ha finito per sostituire almeno una trentina d'altri verbi. Vi si ricorre comunemente in luogo di fabbricare, pronunciare, stipulare, commettere, presentare, visitare, percorrere, contrarre, prestare, scrivere, raccogliere, stringere, recare, girare, formulare. Un avvenimento non desta più scalpore, ma fa scalpore. Non si consegue la maturità, ma si fa la maturità. Non ci si ammala, ma si fa una malattia. «A far data» ha soppiantato il classico, impeccabile «a decorrere». Uccidere è «far fuori», comperare è «farsi» (un Armani, mettiamo, o una Fiat Punto). Siamo arrivati, nella corsa al risparmio lessicale, a preferire il «gli ho fatto» al «gli ho detto».
Potendo contare quasi sempre su una parola equivalente, i neologismi dell'ultima infornata (e figurarsi quelli proposti dal Telegraph) non credo che avranno vita lunga. Passeranno di moda, saranno dimenticati, anche perché quasi tutti brutti. Io ritengo che l'ultimo vero neologismo, cioè resistente agli anni e all'uso, adottato da tutte le lingue del mondo nella stessa forma (salvo il francese e il tedesco, dove ha la «e» finale) sia «nostalgia». Prima della fine del Settecento non esisteva una parola che significasse desiderio intenso e struggente di una persona o una cosa lontana. Se l'inventò un medico chiamato a studiare una strana forma di malessere che coglieva i mercenari svizzeri disseminati per l'Europa. Avendo egli compreso l'origine dell'affezione unì il greco «nostos» (ritorno) a «algos» (dolore) e compose, appunto, la parola «nostalgia», dolore provocato dal desiderio di ritornare nel proprio paese, a casa. Non per fare il sentimentale, ma bisogna riconoscere che di neologismi così belli non se ne fanno più. E da un pezzo.
Paolo Granzotto