Herbie Hancock tecnologico divide i fan del jazz

Al festival «New Conversations» successo per il pianista Ma ai puristi non sono piaciuti gli effetti elettronici

Franco Fayenz

da Vicenza

Si annunciano tempi duri per i jazzfest della prossima estate. I soldi sono pochi o non arrivano, e non sempre il credito può coprire i fabbisogni. Ci potrebbero essere sorprese spiacevoli: si può solamente sperare, e auspicare, che così non sia.
Rendiamo quindi omaggio alla decima edizione di New Conversations di Vicenza, festival che dal 1996 si è progressivamente sviluppato fino a diventare uno dei maggiori in campo europeo. Nel cartellone appena concluso si sono distinti, fra gli altri, il Full Brown Trio di Dave Burrell, William Parker e Andrew Cyrille; la Music for Six Musicians di Don Byron; la seconda parte del Viaggio intorno a Mozart di Uri Caine (la prima ha avuto luogo l’anno scorso) che si è esibito anche in duo con Paolo Fresu; il New Quartet di Herbie Hancock e il quartetto di Charles McPherson.
L’esibizione più attesa era ovviamente quella del quartetto di Hancock. I dirigenti di New Conversations hanno dovuto metterlo in scena non nel meraviglioso ma piccolo Teatro Olimpico, bensì nel Teatro della Fiera, una sala capace di mille posti e di acustica dignitosa. Hancock (pianoforte, tastiere e generatori di suono) si è presentato con Lionel Loueke alla chitarra, Dave Carpenter al contrabbasso e al basso elettrico e Richie Barshai alla batteria. Si trattava, stando alla formazione, di un normale quartetto con pianoforte, ma il concerto ha smentito qualsiasi previsione. Hancock ha riunito un nuovo gruppo ipertecnologico - diciamo pure inaudito - nel quale il compositore quasi esclusivo è Loueke, essendosi Hancock riservato soltanto un bis (il celebre Maiden Voyage). Due ore abbondanti di musica senza soluzione di continuità e fitta di campionature e di generatori di suoni, sono ardue per qualunque orecchio. Ciò malgrado ci sono stati applausi a scena aperta e i soliti urletti di giubilo mutuati dal rock. Ma gli intenditori giovani e meno giovani hanno espresso pareri fortemente discordi e talvolta severi, unanimi soltanto su un punto: Hancock ha scoperto un batterista e percussionista giovanissimo, tecnologico (ma non troppo) anche lui, che ha 22 anni e ne dimostra 15. Di Richie Barshai, batterista «melodico», capace di elevarsi a strumento principale e di condurre gli altri, sentiremo parlare assai. La musica afro-americana non sta attraversando un periodo felice. La necessità di ragazzi come Barshai è dunque vitale: auguriamoci di incontrarne molti altri.