"Ho fatto la 007 per scoprire chi ha ucciso mia madre"

Il dolore dell'attrice: "Da quasi 50 anni cerco l'assassino, anche se la polizia ha chiuso il caso. Per fermarmi mi hanno minacciato"

C'è molto di lei in una frase di Profumo di donna, il suo film più famoso, anche se a dirla è Vittorio Gassman: «Paura di che? Il peggio che ci poteva capitare ci è già capitato». Agostina Belli è stata una meravigliosa Cenerentola del cinema italiano, dal Giambellino, il Bronx di Milano, a Hollywood, dalla Banda Cavallero a Richard Burton e Kirk Douglas. Qualcosa di fiabesco del resto lo ha sempre avuto, gli occhi color turchese, l'aria incantevole e incantata, ma la sua favola è piena di orchi, regine cattive e mele avvelenate. È stata una delle grandi icone sexy della commedia all'italiana, la bellezza pulita della porta accanto, la combinazione perfetta tra demonio e santità. Ma il vero film per lei, duro, drammatico, cattivo è stata la realtà. Forse per quello oggi sogna di «fare un film storico, in abiti d'epoca, con i castelli, i cavalli...». Ma solo con scarpette fatate e lieto fine. E una carrozza che la porti via dai brutti ricordi.

Agostina, il suo debutto è del 1968: una rivoluzione anche per lei...

«Mi presero per Banditi a Milano, dovevo fare l'ostaggio di Gian Maria Volonté che interpretava Cavallero. Lizzani mi volle perché somigliavo moltissimo al vero ostaggio».

È vero che si presentò al casting con la foto tessera?

«Avevo solo quella. Facevo la contabile alla Rinascente di Milano in piazza del Duomo: su un giornalino, Ciao amici, c'era scritto che Lizzani cercava comparse».

Selezione al Parco Sempione...

«Ci andai con un paio di colleghe. C'erano tantissime ragazze, tutte con foto magnifiche, fatte da professionisti. Io invece ci andai con le mie minuscole foto tessera».

I selezionatori come la presero?

«Si misero a ridere. Ma dissero: carina però. Facciamogli fare delle foto vere e poi vediamo».

Be', hanno visto molto bene, direi. E Lizzani cosa le disse?

«Feci l'ostaggio così bene che non credeva ai propri occhi. "Ma tu cosa fai nelle vita?", mi chiese. "L'impiegata in un grande magazzino". "Ma non puoi, tu sei bravissima". Così mi mandò a nome suo a fare i provini».

Aveva appena diciott'anni...

«Sì, ma ero una ragazzina spericolata. Pensi che a 14 anni ho rubato il Galletto di mio padre, il 175 Guzzi con la ruota di scorta, e sono scappata in giro per la città. Per evitare che lo rubassero papà lo parcheggiava in terrazza, ma non aveva fatto i conti con me. Pensi che ce l'ho ancora adesso. Restaurato e bellissimo».

Ma papà cosa disse a quella ragazzina che voleva fare il cinema?

«O sfondi entro sei mesi o torni a lavorare alla Rinascente».

E lei non se lo fece dire due volte

«Partii all'avventura con una valigia che avevo decorato a fiorellini rosa colorando le borchie con lo smalto per le unghie. Mi presentai all'agente Robi Ceccacci con un tailleurino blu corto e le calzine gialle».

Come Cenerentola. Primo film importante: «Mimì metallurgico ferito nell'onore»...

«Ero Rosalia Maddocheo, la moglie di Giannini. Avevo i baffi ed ero bruttissima...».

Veramente lei era bellissima anche con i baffi. E come andò?

«Dovevo impugnare un coltello, gridare carugnuni e inseguire Giannini per vendicare un tradimento. Ma io avevo vergogna e non riuscivo, mi veniva troppo da ridere...».

Chissà la Wertmüller

«Era un dittatore. Prese il megafono e mi gridò davanti a tutti: "Stronza, ti muovi o no?". In albergo piangevo. Mi terrorizzava, temevo che prima o poi mi picchiasse. Già mi menava Giannini, e me le dava sul serio. Però che film meraviglioso...».

Profumo di donna però resta il capolavoro...

«Pensare che nessun produttore voleva farlo. A Risi e Gassman dicevano: "A chi volete che interessi la storia di un cieco?"».

Di chi si sentiva rivale?

«Di nessuna. Ma costruirono lo stesso una mia rivalità con Laura Antonelli. Ci siamo incrociate solo in un film All'onorevole piacciono le donne, avevo però una particina».

Che pensa della sua tragica fine?

«Anche se non abitavamo lontane, lei stava a Cerveteri e io a Bracciano, non ci siamo mai incontrate. Mi mette molta tristezza però pensare alla solitudine che ha accompagnato i suoi ultimi anni di vita».

Disse: «Il maschio italiano non è stato educato a un rapporto sano e onesto con una donna».

«Non ricordo il contesto in cui ho detto questa frase ma non faccio fatica a sentirla mia anche oggi».

Cos'ha che non va il maschio italiano?

«È la cronaca di tutti i giorni a rispondere: il rispetto per la donna non mi pare gli sia stato insegnato».

A proposito di violenza sulle donne. Sua mamma Adele Dossena fu uccisa nel 1970 con sette coltellate. Aveva 55 anni.

«Sì, gestiva una pensione a Milano, vicino alla Stazione centrale. Era separata da papà, io vivevo con lui. La trovarono in soggiorno due vicine di casa».

Cos'era successo?

«Non si è mai saputo. Nessuno ha visto arrivare l'assassino e nessuno lo ha visto fuggire. Né un rumore, né un movente».

È rimasto un caso senza colpevoli però, un «cold case»...

«Purtroppo sì. Di recente sentivo parlare del caso Manuela Orlandi: dopo quarant'anni sono ancora fermi lì. E i casi come il mio, allora?».

Poi come andò?

«Sono entrata nella casa di mamma dopo un anno, quando hanno tolto i sigilli. Siamo andati io e papà, mia sorella Armida non se l'è sentita. Dovevamo prendere le sue cose».

Che scena ha trovato?

«Abbiamo trovato tutto come lo avevano lasciato. C'era ancora il suo sangue rappreso sul pavimento. E la cosa brutta, e lo dico per la prima volta, è che sul tavolo in cucina c'erano ancora due bicchieri, un cofanetto di caramelle Sperlari e una bottiglia di liquore. E nessuna di queste cose aveva sopra la polverina per le impronte digitali».

Con papà cosa vi siete detti?

«Che l'assassino la conosceva. Lui le ha portato le caramelle e lei gli ha offerto da bere».

Si ipotizzò una rapina.

«In casa c'erano sia l'orologio che la catenina d'oro. Non era uno che voleva rubare. Però ha buttato tutto per aria per fingere la rapina».

E la polizia?

«Mi chiama un maresciallo e dice: abbiamo fatto tutte le indagini ma non siamo venuti a capo di niente. Chiudiamo il caso qui».

E lei?

«Gli ho detto: come fate a chiudere il caso se non avete nemmeno preso le impronte digitali? Lei si sbaglia, signorina, noi abbiamo fatto tutto il possibile. Era una pensione dove passava un sacco di gente studenti, ferrovieri, abbiamo interrogato tutti. Ma niente».

Lei invece andò avanti.

«Certo, ingaggiai un detective privato. Ma poi cominciarono ad accadermi cose strane...».

Del tipo?

«Avevo un pastore tedesco di guardia alla villa: me l'hanno avvelenato. E mi hanno rubato l'auto davanti a casa. Vivevo sola, mi consigliarono di prendermi una pistola».

Addirittura?

«Mi arrivarono messaggi sulla segreteria del telefono: dicevano che se non la smettevo di fare indagini mi avrebbero fatto fare la stessa fine di mia madre».

Ma denunciò la cosa?

«Sì, ma un capitano di polizia mi disse: signorina, mi dia retta lasci perdere e dimentichi. Questa è gente pericolosa».

Ma il detective a che conclusioni è arrivato?

«Questo, mi spiace, ma non posso dirlo. Ho passato momenti orribili e sono stata costretta a smettere le mie indagini. Spero solo che quell'orribile assassino sia morto».

Anche al cinema però lei rischiava la vita. In Sepolta viva quasi moriva annegata.

«Ero in una stanza del castello che doveva riempirsi d'acqua ma qualcosa andò storto. Gridavo "aiuto, aiuto", ma quelle erano anche le battute del film così nessuno mi prese sul serio. Mi salvò Fred Robsham, il mio compagno di allora. Conoscendomi aveva capito che non fingevo».

Rischiò di morire anche prima di Un taxi color malva...

«Per colpa di una fortissima peritonite con appendice perforata: mi hanno preso per un pelo. Era a casa avevo dolori terribili alla schiena, ai reni, nausea, vomito. Pensavo: passerà. Invece a un certo punto ho perso la vista e mi sono spaventata».

E come ne è uscita?

«Fui operata d'urgenza ma mi feci dimettere in anticipo per fare il film. Sono partita con la ferita ancora aperta: avevo perso sette chili e non riuscivo neanche a stare in piedi. Ma non dissi niente a nessuno per non essere sostituita: avevo la casa da pagare e quindi...».

In Angeli senza paradiso fu investita da un'auto...

«Uscivo da una profumeria, ero andata a comprarmi alcune cosucce per una vacanza in Grecia. Un collaudatore d'auto perse il controllo e mi travolse. Mi ruppi solo il femore, ma mi infilarono un chiodo nella gamba lungo 42 centimetri».

Dissero invece che aveva tentato il suicidio perché innamorata respinta di Al Bano...

«Dài, fa ridere solo a raccontarla...».

Gli ammiratori le scrivevano?

«Ha voglia... A migliaia...».

E lei rispondeva?

«Più a quelli stranieri che a quelli italiani».

E come mai?

«Davo la precedenza a chi mi scriveva da più lontano».

Follie per lei gli ammiratori ne hanno fatte?

«Certo. Una volta mi arrivò a casa una bara».

Una bara?...

«Sì, una bara piccola, da ragazzino. Non sapevo se aprirla o no...».

E ci credo. E chi era il pazzo?

«Un siciliano adorabile. Veniva sul set, mi scriveva, era innamoratissimo di me».

E meno male. Chissà se gli fosse stata antipatica...

«Ma no: aprii la bara e dentro c'era una statua stupenda dell'Orlando furioso. L'aveva messa in una bara imbottita perché aveva paura che si rompesse. Era un burattinaio, faceva cose magnifiche con le mani».

Altri tipi strani?

«Ogni anno c'è uno mi fa la carta astrale ma ora che ho cambiato casa non mi scrive più. Mi dice che ho gli occhi belli come uno tsunami...».

Come uno tsunami?...

«Sì, voleva dire che i miei occhi hanno il potere di travolgere...».

Vabbè, lasciamo perdere i fan. Lei ha lavorato con attori mitici. Gassman per esempio com'era?

«Non ho un bel ricordo di lui. Troppo aggressivo, persino cattivo».

Peter Ustinov?

«Un uomo stupendo. Scherzava sempre, era intelligente, colto».

Philippe Noiret?

«Il contrario. Chiuso, pieno di sé. Il cast da una parte, lui dall'altra».

E Kirk Douglas?

«Prese a calci la mia roulotte dalla rabbia...».

Prego?

«In Holocaust 2000 se la prese moltissimo con me perché non parlavo inglese: alla mia prima battuta in italiano si alzò di scatto e se ne andò. Era così furioso che voleva tornare negli Stati Uniti. Fui costretta a imparare l'inglese sul posto. Poi però mi scrisse una lettera di scuse».

E Richard Burton?

«Carino. Un vero signore. Ero la moglie più giovane di Barbablù. E una sera...».

Una sera?

«Stavamo provando la parte nella sua roulotte e tac, tac... arriva Liz Taylor. Io ero felice di conoscerla, invece lei: una maschera. Era molto gelosa di Richard e lui faceva Barbablù con sette bellissime donne. Così Liz appena poteva prendeva l'aereo privato e piombava sul set a Budapest anche nel cuore della notte. La vera Barbablù era lei».

Ci credo. Lei ha posato anche per il primo numero Playboy Italia...

«Sì, ma era un nudo castissimo, quasi da educanda. Si vedeva poco o niente. Mica come quelli di oggi»

È ancora spericolata?

«Sì, oggi guido un Ferrari piccolo e snodato. Pericoloso però, se non stai attento rischi di lasciarci un piede».

E che Ferrari è?...

«Un trattore. Lo guido nelle mie campagne. Sono bravissima sa...?».