I 67 rivoluzionari che tengono famiglia

Già arrivano le prime defezioni nel fronte dei firmatari: criticavamo il rettore, non il Papa

Roma - Sessantasette scienziati, in fila per tre col resto di uno. Ultime dalla Sapienza, ce l’hanno fatta. Entusiasmo tra gli studenti, giovedì grasso, urrah tra i docenti, con un paio di lettere hanno rispedito a casa il dottor Ratzinger, come da loro viene chiamato ripetutamente, quasi con disprezzo, forse per il dottorato, forse per il cognome tedesco. Emergenza rifiuti anche all’università romana ma questo è un altro discorso che provocherebbe allergie e reazioni tra gli intolleranti. Sessantasette fisici, che non sono palestrati di gran moda, ma professori di scienze e affini, hanno vinto la loro battaglia, supportati e sopportati dalla solita banlieue studentesca.

In verità ieri pomeriggio, attorno alle cinque, si è capito di che tipo di combattenti si trattasse e si tratti. Fisici ma con scarso fisico. Basta leggere la buffa letterina di scuse, chiarimenti e richiesta di conciliazione, scritta in un attimo di pentimento, magari di nascosto, a luce bassa, nell’angolo del proprio ufficio, da Giancarlo Ruocco, direttore del Dipartimento di Fisica della Sapienza: "Nelle due lettere,la prima scritta il 14 novembre scorso dal fisico Marcello Cini, la seconda il 22 novembre, firmata da oltre 60 docenti che condividevano le posizioni di Cini e hanno deciso di appoggiare questa sua iniziativa chiedendo al rettore di rinunciare all’invito, non c’era alcun intento censorio nei confronti del Papa, bensì il desiderio di una parte della comunità accademica di esprimere la propria opinione in merito alla decisione del rettore. Queste lettere, infatti, erano rivolte al rettore che aveva fatto la scelta di inaugurare l’anno accademico, momento simbolico per l’inizio di un percorso formativo, proponendo come docente Benedetto XVI, ossia il maggior rappresentante culturale di una confessione religiosa".

Dunque la colpa è del rettore, Renato Guarini, lui è da crocifiggere, lui è il responsabile del pastrocchio, il Papa non c’entra, o meglio c’entra per colpa di Galileo da lui riprocessato a distanza di quasi mezzo millennio, giù le mani dal pendolo, fuori dalla Sapienza le tonache e i turiboli. Per la cronaca e il pettegolezzo, l’estensore della prima epistola, Cini Marcello, si era già fatto conoscere e riconoscere negli anni Settanta, scrivendo, sulle colonne del Manifesto (mensile), graziosi e postmoderni pensieri sulla scienza, cercando di limitarne ricerca e sviluppo per non avvantaggiare il capitale, anzi la prima e più importante scienza da sviluppare per il proletariato è "la critica dell’economia politica" e, rimpolpando la tesi "... nel regime capitalistico la scienza diventa mezzo di produzione e dunque di capitale, e in quanto tale si contrappone come potenza esterna all’operaio e lo schiaccia, rendendolo strumento di fini a lui estranei". Pensieri e parole del Cini rivolte non ai borghesi maiali ma al Pci colpevole di aver organizzato un convegno sulla ricerca scientifica, meglio il panino con la salamella.

Non contento dell’elaborato, il professore aggiungeva che "un esempio dell’ uso alternativo della scienza andava da ritrovarsi in Cuba, nella Cina e nel Vietnam dove la scienza stessa era compagna di un impegno collettivo che scuote l’intera società, di una dura lotta contro l’imperialismo e i suoi valori, di uno slancio ideale per costruire il socialismo".

Trascurerei l’eliminazione fisica, non soltanto politica, di chi non la pensava e non la pensi ancora con lo slancio e l’impegno collettivo di cui sopra, questo, nella lettera novembrina del professor Cini, non appare. Ma Ruocco e i suoi fratelli, tra questi Carlo Bernardini (da mandare a memoria il passaggio finale di una sua intemerata contro la Moratti Letizia, dal titolo La straordinaria potenza delle ovvietà... "voglio essere privato di libertà cui ormai aspirano tutti..."), Giorgio Parisi, Carlo Costelli, Carlo Maiani, fresco di nomina alla presidenza del Cnr, Andrea Frova, tutti illustri professori, docenti, intellettuali, scienziati ma, in fondo in fondo, alla fine, proprio alla fine, non timorati di Dio ma timorosi degli eventi, perché tengono famiglia e, pur avendo tutte quelle medaglie sul petto e sotto il tocco, non riescono ad andare in guerra sul serio, preferendo sparare al bersaglio facile, il rettore Guarini e facendo la finta riverenza al dottor Ratzinger. Scrivono, infatti, Rocco e i suoi fratelli: "Nessuno, tanto meno i docenti della Sapienza, vuole esercitare un arrogante diritto censorio sulla libertà di espressione del pensiero religioso, o politico che sia". Balle, don Abbondio aveva più attributi. Ma il finale è strepitoso, perché, come accade con i calciatori, la colpa è dei giornalisti, Ruocco si rammarica che la stampa "abbia dato più rilievo a quella che si intendeva essere una lettera privata di un gruppo di docenti al loro rettore, ignorando invece la lettera aperta, pubblica di Marcello Cini, incoraggiando schieramenti estremisti che nulla hanno a che vedere con la discussione avvenuta due mesi fa tra docenti e rettore".

Dovrebbero ringraziare, se ci fossero anche le intercettazioni telefoniche, sai che Sapienzopoli. Comunque siamo tutti fratelli, i docenti, nelle righe finali del loro ultimo scritto "incoraggiano un confronto sulla libertà del pensiero laico, non confessionale né politico, nelle istituzioni di formazione dei giovani, per arrivare nel caso a un confronto sui luoghi della fede e i luoghi della conoscenza e su come e quando e dove sia lecito intrecciare fede e ragione". Come, quando, dove. Manca perché. I sessantasette, in fila per tre col resto di uno, non ce lo dicono. Peccato. Ho detto peccato?