I bimbi di Sanremo devono imparare l’arabo

da Sanremo

La voce a Sanremo girava da alcuni giorni, ma sembrava talmente assurda che in pochi volevano crederci: come può, si sono chiesti molti genitori di giovanissimi studenti, una scuola parificata, per giunta di estrazione cattolica, permettere che durante le normali ore di lezione si insegni agli italiani l'arabo e non ai marocchini, ai turchi o ai tunisini la dolce lingua di Dante? Invece a Sanremo pare proprio che sia proprio possibile: siamo noi italiani a dover imparare la lingua dei magrebini e non viceversa. «Tanto ormai sono loro i padroni a casa nostra», sottolineano inferociti i genitori dei bambini italiani che frequentano le scuole elementari dell'Istituto Almerini, il complesso scolastico al centro del caso.
Il fatto è questo: una mamma, la signora Simona, ha mostrato pubblicamente i quaderni di scuola di suo figlio ed effettivamente sono zeppi di parole in arabo. Ad inizio anno la scuola, diretta dalla dirigente scolastica Luigia Necco, aveva convocato i genitori degli alunni chiedendo loro un contributo economico per lo svolgimento di alcune attività integrative, come un'ora di basket la settimana. «La scuola non ce la può fare da sola, non ha risorse sufficienti», si giustificò la dirigente. In un perfetto stile solidaristico i genitori italiani si auto-tassarono anche a favore di quelle povere famiglie extracomunitarie che proprio non riuscivano a tirare fuori un euro in più per i propri figlioli. Contemporaneamente il Comune, retto dalla coalizione progressista invero molto traballante, inaugurava un processo di integrazione scolastica a favore dei bambini stranieri che frequentano la scuola, in maggioranza marocchini ed albanesi, affidandone la gestione all'associazione onlus cittadina «Il Mappamondo», filiazione culturale di un movimento civico che sostiene la maggioranza consiliare.
Fin qui nulla da eccepire, tutto si è svolto in linea con i programmi ministeriali. «Il progetto non si è discostato dal suo spirito originario», continua a ripetere la dirigente Necco. Un giorno però i bambini, nel loro candore, ammisero a casa non di aver imparato a giocare a pallacanestro, bensì di aver imparato a scrivere in arabo. I genitori allarmati andarono a controllare i loro quaderni e trovarono conferma a quanto riferito dai fanciulli. Ora inferociti chiedono un confronto urgente con la dirigenza scolastica e con il Comune. Si sentono traditi e beffati: credevano che i loro figli avrebbero dovuto, almeno all'interno della propria nazione, imparare l’italiano ma hanno scoperto che non è così. Il rischio è che a Sanremo, se tutto ciò che appare essere veritiero trovasse ulteriore conferma, anziché andare verso una sempre maggiore integrazione interculturale si possa ottenere per reazione l’effetto contrario.