I bimbi somari non sono questione di genetica

Spunta l’ennesimo studio in cui si spiega che il rendimento a scuola dipende dal Dna: un rapporto della Confindustria spagnola sostiene che i fattori ereditari sono determinanti nel rendimento degli scolari. Una "scoperta" che sa di razzismo

Più volte ho avanzato l’ipotesi - che trova sempre ulteriori conferme - dell'esistenza di un'associazione dall'acronimo AIDS - la quale condivide con la nota malattia oltre al nome soltanto la nocività - che sta per Associazione Internazionale per il Discredito della Scienza. È dedita a propalare le «scoperte» più demenziali: che Chopin era romantico perché epilettico, che gli Impressionisti dipingevano in quel modo perché avevano la cataratta, che dopo sette anni le coppie entrano in crisi e quindi è una scelta «scientificamente» fondata divorziare preventivamente per evitare inutili liti; e così via. Un ricercatore francese ha «dimostrato» che il rendimento scolastico dipende dall’epoca di nascita e, in particolare, che i nati in dicembre vanno male a scuola per cui bisognerebbe alzare tutti i loro voti secondo un coefficiente standard. Ora un rapporto della Confindustria spagnola (Confederación Española de Organizaciones Empresariales, CEOE) sostiene che i fattori ereditari sono determinanti nel rendimento scolastico. Non si spiega perché. Ci si limita a dire che non meglio precisati «lavori», che hanno posto a confronto i livelli educativi dei genitori e dei figli, avrebbero condotto alla conclusione che il fattore socioeconomico conta molto meno di quello genetico. Anzi, ci si azzarda addirittura a una stima quantitativa: il fattore genetico-ereditario conta più del doppio di quello socioeconomico. Come si misurino questi rapporti è un mistero che pare vada accettato come una verità di fede. È persino imbarazzante dover ricordare che nessuna persona seria può pretendere di affermare che esista un rapporto di causa-effetto tra fattori genetici e facoltà mentali. Il determinismo biologico che sottende affermazioni del genere non soltanto non ha nulla a che fare con la scienza, ma neppure con il più elementare buon senso. Pertanto, propalare simili sciocchezze significa soltanto trastullarsi irresponsabilmente con il razzismo.
Gli autori di questa bravata sono il sociologo Juan Carlos Rodriguez e un professore dell'Università Complutense di Madrid, l'analista sociopolitico Víctor Pérez-Díaz, noto in Italia perché anni fa alcuni ambienti politici nostrani lo assunsero come un'icona nel cielo della teoria politica. Il suo libro «La lezione spagnola» fu presentato come il manuale di riferimento del modello spagnolo che l'Italia, manco a dirlo, avrebbe dovuto copiare per salvarsi. Sarebbe interessante riparlarne oggi alla luce dei recenti sviluppi della crisi economica in Spagna.
La CEOE ha commissionato a Perez-Diaz la parte del rapporto sulle «riforme necessarie per potenziare la crescita dell'economia spagnola». Trattandosi quindi di un documento istituzionale, la domanda inquietante che si pone è: che uso farà la CEOE di questo risultato? Difatti, il determinismo biologico che esso propone lascia poco spazio al «recupero» culturale di coloro che fin dalla nascita sono condannati all'insuccesso scolastico. Alla CEOE resta quindi soltanto la scelta di chiedere che i bambini vengano sottoposti all'inizio della carriera scolastica a un test genetico. I dotati potranno andare avanti, i predestinati asini saranno condannati ai mestieri più umili. In tal modo, verrà garantito il potenziamento della crescita dell'economia attraverso la selezione di una razza superiore.
Questa si che è una «lezione spagnola» che vale anche per noi. In primo luogo, invita a guardare con sempre maggiore diffidenza l'AIDS. In secondo luogo, vale come ammonimento a farla finita con la medicalizzazione dell'istruzione. Infine, serve a ricordare a vari soggetti un po' troppo intraprendenti in tema di istruzione e cultura - tra cui imprenditori, manager, sociologi ecc. - l'aureo detto latino «sutor ne ultra crepidam», calzolaio non andare oltre le tue scarpe.