I biocarburanti fanno male all’ambiente

da Milano

A gennaio in Messico è scoppiata perfino la rivolta delle tortillas. L’aumento della domanda del mais per la produzione di biocarburante ha fatto schizzare in pochi mesi i prezzi al mercato da sette pesos al chilo, l’equivalente di 50 centesimi di euro, a oltre 18. Risultato: «el pueblo unido», letteralmente affamato, è sceso in piazza e ha fatto tremare «el presidente» Felipe Calderón Hinojosa.
Adesso, a distanza di qualche mese, i dubbi sull’effettiva utilità finale dei biocarburanti, preparati con oli vegetali, colze, girasoli e frumento, non abitano più soltanto le polverose strade di Città del Messico, ma hanno attecchito anche nelle algide stanze dell’Ocse a Washington. Dove gli economisti hanno preparato un report dal contenuto molto diretto, sin dal titolo senza troppi infingimenti «Biocarburanti: i rimedi sono peggiori dei mali?». Il primo problema è l’aumento dei prezzi degli alimentari. «Di solito - chiosa Carlo Stagnaro, direttore del dipartimento Energia e ambiente dell’Istituto Bruno Leoni - l’offerta dei biocarburanti viene sovvenzionata e sostenuta con sussidi pubblici dati agli agricoltori, invogliati a orientare e a vendere in blocco le loro produzioni su questo nuovo mercato. Con effetti “indesiderati” come quelli capitati in Messico». Inoltre, la diffusione di queste colture può portare alla riduzione della biodiversità. Tanto che l’Ocse arriva a delineare uno scenario preoccupante: «Ci saranno forti spinte - scrivono i suoi analisti - a rimpiazzare gli ecosistemi naturali, come le foreste e i terreni da pascolo, con le colture utili all’industria dell’energia alternativa». Il carburante alternativo, che in Europa vale l’1% dei consumi totali con la punta del 3,75% in Germania e del 2,23% in Svezia, può secondo l’Ocse al massimo portare a un calo del 3% delle emissioni di gas che provocano l’effetto serra. «A fronte di queste peraltro ottimistiche previsioni - commenta Giampaolo Vitali, industrialista del Cnr - c’è una fortissima intensificazione delle colture dei campi. Una pressione molto rischiosa sul lungo periodo».
Anche il vantaggio economico per la collettività è tutto da discutere: «Alla fine - dice Stagnaro - un pieno con carburante costa al consumatore quanto un pieno normale, ma soltanto perché la produzione è sostenuta a monte da sussidi pubblici ai coltivatori e in parte viene caricata sulle spalle dell’industria petrolifera, che almeno in Europa viene obbligata da una direttiva comunitaria a comprare quote crescenti di biocarburanti da miscelare ai carburanti convenzionali».