I clandestini? Sono più colti degli italiani

Gli immigrati fra i 25 e i 64 anni con diploma sono il 41%, contro il 33% di connazionali. Le donne sono le più istruite

da Milano

Gli immigrati clandestini sono più scolarizzati degli italiani e, proprio per questo, rappresentano un’occasione persa per le imprese di casa nostra. Lo afferma una ricerca condotta da Carlo Devillanova, professore di Economia politica all’Università Bocconi di Milano e da Tommaso Frattini, docente dell’University College di Londra, nella quale si parla di «spreco di capitale umano insito nel fenomeno migratorio».
Per analizzare un fenomeno che, per la sua natura sommersa, è assai difficile da indagare, lo studio ha utilizzato una fonte di dati unica in Italia: più di 10mila profili di clandestini che si sono rivolti, in un anno e mezzo, al Naga di Milano, l’associazione di volontariato che da tempo presta assistenza sanitaria gratuita agli immigrati irregolari. Il dato più inatteso riguarda il livello di istruzione degli immigrati clandestini: nella classe di età tra i 25 e i 64 anni, il 41 per cento di loro dichiara di essere in possesso di un diploma di scuola superiore, il 12 per cento di istruzione universitaria. Secondo i dati Ocse, gli italiani della stessa fascia di età in possesso del diploma di scuola superiore sono il 33 per cento, i laureati il 10 per cento.
«Il dato - spiega Devillanova - va letto comunque con prudenza, perché non esiste perfetta corrispondenza tra i diversi sistemi formativi, ma dobbiamo ricordarci che i clandestini sono mediamente meno istruiti degli immigrati regolari e quindi la scolarità degli immigrati è nel complesso nettamente superiore a quella percepita».
Le più istruite sono le donne: nella fascia di età fra i 25 e i 64 anni, il 43,3 per cento possiede un diploma (contro il 39,6 degli uomini) e il 13,3 per cento ha una laurea (contro l’11,3 di maschi). Il distacco aumenta ancora di più se si considera il totale del campione, rispetto al quale le immigrate con diploma di scuola superiore rappresentano il 44,5 per cento, contro il 39,3 degli uomini (il dato medio è pari al 41,5 per cento), mentre quelle laureate costituiscono l’11,3 per cento, rispetto al 9,6 dei maschi (e a una media del 10,3 per cento). L’alta scolarizzazione non si traduce però nello svolgimento di lavori corrispondenti. Quasi tutti i clandestini occupati (e sono solo il 54 per cento del totale del campione analizzato) svolgono mansioni elementari, che vanno dall’assistenza domestica al facchinaggio, dall’impiego in edilizia alla vendita ambulante, «in stridente contrasto con la loro istruzione e con gli impieghi in patria, dove solo il 15 per cento - afferma la ricerca - svolgeva mansioni elementari».
«Questo genere di migrazione - continua Devillanova - determina un impoverimento del capitale umano dei paesi di origine (il cosiddetto brain drain), dal momento che migrano soprattutto i più istruiti, con un conseguente spreco di questo capitale quando le loro competenze non sono utilizzate nel Paese di destinazione».
L’indagine individua una molteplicità di Paesi di provenienza dei clandestini, in tutto 92. Il 75 per cento degli immigrati proviene, comunque, da nove Paesi: Ecuador, Perù, Marocco, Egitto, Romania, Sri Lanka, Albania, Ucraina e Senegal. I clandestini sono in maggioranza uomini (57 per cento), ma con grandi differenze a seconda della provenienza: i maschi superano l’80 per cento tra egiziani e albanesi, mentre sono meno di un terzo tra ucraini, ecuadoregni e peruviani. L’età media dei clandestini è di 31,8 anni, con i nordafricani che arrivano in Italia più giovani e i sudamericani relativamente più anziani. Circa metà dei clandestini ha almeno un figlio (soprattutto sudamericani ed europei, meno gli africani), ma quasi nessuno ha confessato - nemmeno ai medici del Naga - se i figli vivano già con loro in Italia.