I fascisti che sognavano la rivoluzione

Malaparte, Maccari, Berto Ricci, ma sopratuttto Bottai: si illusero di creare l’«uomo nuovo» di una società italiana corporativa ma non totalitaria

Ci fu, lungo tutto il corso del regime fascista, un «fascismo rivoluzionario» che affiancò e insieme si oppose - per quanto gli venne concesso - al fascismo-regime. Infatti la rivoluzione promessa da Mussolini nel 1919 si andò stemperando anno dopo anno nell’accordo con quelli che oggi chiameremmo «i poteri forti»; in seguito, a partire dal 1925, si trasformò in una dittatura che di rivoluzionario ebbe solo gli intenti e la capacità di portare attivamente le masse a partecipare alla vita dello Stato. L’élite intellettuale e politica che cercò di riportare il fascismo ai suoi ideali originari di trasformazione dello Stato e della società è stata spesso definita come un «fascismo di sinistra»: espressione impropria e deviante che confonde le idee, piuttosto che chiarire una posizione. Adottare la formula, esatta, di «fascismo rivoluzionario» è il primo merito dell’ampio saggio di Paolo Buchignani La rivoluzione in camicia nera (Mondadori, pagg. 458 eura 20). Il secondo merito è quello di esaminare tutte le numerose correnti del fascismo rivoluzionario, accompagnandone gli sviluppi dalle origini al 25 luglio 1943.
Curzio Malaparte, Giuseppe Bottai, Mino Maccari, Ardengo Soffici, Berto Ricci, Ugo Spirito sono solo alcuni dei protagonisti di questa categoria, che aveva tante teste quanti orientamenti. Il nome che li accomuna tutti, però, è quello di Bottai: il quale non solo fu l’unico a avere una visione organica della rivoluzione da compiere, ma fu anche l’unico che ebbe un potere politico reale per quasi tutto il ventennio: l’unico, inoltre, a avere raccolto intorno a sé (e alle sue riviste Critica fascista e Primato) due generazioni di giovani e di intellettuali: molti dei quali approderanno, nel dopoguerra, alla sinistra, quella vera. L’errore - ahimé, basilare - di Buchignani, è accomunarli anche nella volontà di realizzare un regime totalitario: se per «totalitario» si intende, come si intende, un regime teso a distruggere i gruppi e le istituzioni che formano il tessuto delle relazioni private dell’uomo, estraniandolo così dal mondo e privandolo persino del proprio io. Totalitari furono il nazismo e lo stalinismo, non il fascismo, neppure quello rivoluzionario.
Certo non era questo il fine di Bottai, né degli altri, anche se il suo progetto comportava una radicale trasformazione dell’uomo e della società. Bottai fu, più che un semplice uomo politico, un teorico dell’agire sociale. Provò a trasformare un regime, di cui percepiva i limiti e le debolezze umane, ma non quelle strutturali, al punto da scrivere nel dopoguerra che quello fascista fu «fallimento di persone, non di sistema». Come politico e intellettuale si addossò la missione di trasformare una filosofia politica in una completa rielaborazione di ordinamenti, istituzioni, iniziative e programmi per uno Stato nuovo, impegnato nell’impresa epocale di una «rivoluzione da compiere».
Questa profonda ristrutturazione dello Stato doveva necessariamente partire da una concezione dell’individuo all’interno del fascismo: all’individuo Bottai chiedeva non un’astratta e formale cooptazione all’interno di un organismo superiore, esterno e intangibile, bensì una partecipazione attiva fatta di responsabilità e diritti. Secondo Bottai la democrazia liberale grava sul cittadino come un governo assillante, sempre pronto a invadere in modo indebito lo spazio di libertà del singolo, soffocandolo con un peso burocratico e legislativo tanto più insopportabile quanto più si manifesta in modo paternalistico; il cittadino dello Stato corporativo concepito da Bottai, invece, esalta le proprie prerogative e capacità specializzate, mettendole a disposizione di un ente di cui fa parte piena, cosciente e legittima. Così lo Stato non sarà più un leviatano oscuro e incombente: accoglierà invece la vita intera del cittadino, gratificato dalla compartecipazione a una struttura collettiva a cui ha tutto l’interesse - in primo luogo morale - di essere solidale. Uno Stato moderno, da parte sua, deve ampliare il proprio ruolo sociale, trasformandosi da spettatore asettico delle esistenze dei propri abitanti a interprete delle loro esigenze, ma anche e soprattutto suggeritore di stili, abitudini, mentalità.
Dopo una prima fase di sperimentalismo politico all’insegna delle avanguardie futuriste, appena Mussolini arriva al potere, Bottai si preoccupa di elaborare l’idea-forma sulla quale il fascismo dovrà fondare la propria ipotesi di creazione di uomo nuovo. Non poteva esserci una vera e propria rigenerazione d’Italia, né una nuova classe dirigente, senza una rivoluzione morale che, attraversando le classi, desse ai cittadini la possibilità di identificarsi con lo Stato. Una politica unitaria avrebbe reso impraticabili settarismi, visioni egoistiche, distinzioni manichee e, soprattutto, individualismi guicciardiniani. Lo Stato avrebbe potuto così assumere una propria disciplina politica capace di coinvolgere tutti gli strati della vita nazionale: superando conflitti e lacerazioni, proponendo politiche globali e consolidandosi come espressione di un potere collettivo. La trasformazione dell’Italia avrebbe assorbito non solo la vita pubblica dei cittadini, ma anche quella etica: «Il fascismo deve essere qualcosa di più che un metodo di governo: deve essere un metodo di vita, quindi ricercare la vita, non solo ove essa è istituto, legge, programma di partito, ma più in là, dove essa è ancora formantesi coscienza del popolo», scrive nel 1923.
Dato l’obiettivo finale, è evidente che la gestione politica non si potesse ridurre a una pratica amministrativa o burocratica: suo compito sarebbe stato, invece, cambiare il midollo stesso degli italiani, farli partecipi di un processo di rinnovamento generale. La politica diventava così educazione a un’idea di rivoluzione che affrontava in modo inedito l’esigenza di formare la personalità di un intero popolo, rinnovando concezioni e forma mentale di tutta la società. Secondo Bottai, il fascismo doveva affermarsi - e a questo fu diretto il suo infaticabile lavoro di mediazione - come una «rivoluzione intellettuale», contro le «deformazioni manganellistiche» (1924): la soluzione dittatoriale, imposta con la violenza e con la coercizione, rappresentava per lui un’esperienza temporanea e eccezionale, preparatoria a una «costituzionalizzazione» del fascismo mediante lo Stato corporativo. Soltanto attraverso lo Stato corporativo poteva essere concepita una forma matura di democrazia sostanziale, fondata su un’idea moderna, condivisa anche dal pensiero politico mussoliniano: l’inserimento delle masse nelle strutture dello Stato.
Addirittura agli albori del ventennio, nel lontano 1923, a chi auspicava un rilancio rivoluzionario sotto l’intrigante etichetta della «seconda ondata», Bottai aveva opposto programmi e ambizioni di ben altro tenore: formazione dal basso di una nuova classe dirigente di partito; affermazione di un nuovo spirito di disciplina, che conciliasse gli obiettivi individuali con quelli del nuovo corso politico; attribuzione di poteri rigorosi nella distinzione tra Stato e partito; rigorosa programmazione politica e culturale. A questo disegno rimase sempre legato, non importa quanto fosse realmente coltivabile e, soprattutto, praticabile nelle logiche reali del fascismo. Nella società del domani sognata da Bottai, la tolleranza e la dialettica sarebbero stati garantite grazie a uno Stato nazionale fascista basato non sul pluralismo partitico, ma su di una società corporativizzata, culturalmente unificata dal progetto fascista: un modello di Stato a partito unico, contrapposto però a quello sovietico in quanto garante dei valori della tradizione umanistica dell’Occidente. E contrapposto, in seguito, alla Weltanschauung nazista in difesa dei valori latini.
Si pensi alle basi programmatiche che sottendono a una delle sue iniziative più durature e significative nel corso del Novecento: la riforma della scuola del 1939 si fonda proprio su questi presupposti, incentrati su una concezione dello Stato come educatore delle masse, formatore di una sostanza ideale e di una visione del mondo collettiva scaturite da un libero spiegamento delle energie intellettuali, non dalla coercizione. Rivoluzione sì, ma non totalitaria.
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