I gioielli dell'Unesco? Guardate che schifezze

L’ente delle Nazioni Unite che certifica le bellezze paesaggistiche del pianeta considera un capolavoro persino una raffineria E basta entrare nel sito internet per capire che il gusto dell’orrido è una costante. Così Venezia è come una miniera di carbone<br />

È in carica solo da qualche mese quindi non è certo tutta colpa sua, della bulgara direttrice Irina Bokova. Però i criteri di scelta, quelli sì sono un po’ bulgari. Un’occhiata, tutti d'accordo si alza la mano, e poi via tutti a casa felici e contenti. Si va avanti così da 36 anni, da quando nel nome della Convenzione, adottata il 16 Novembre del 1972, il comitato di «esperti», guardando il mondo con il binocolo rovesciato del buonismo, promuove in serie A gli argini della Senna o le capanne di fango, emblema dello sconforto e della povertà, del villaggio di Koutammakou, in Togo. È una guida turistica surreale, quella dei «patrimoni dell'umanità», che stanno scrivendo, con un mano sul cuore e l'altra sugli occhi, i grandi selezionatori dell'Unesco. Secondo l’ultimo aggiornamento (30 giugno 2009) nell’Olimpo degli imperdibili ci sono 890 siti (di cui 689 beni culturali, 176 naturali e 25 misti) spalmati su 148 Nazioni. Solo che certi «consigli» o meglio certi «patrimoni dell'umanità», da tutelare, lasciano perplessi come certi ristoranti raccomandati da cui si esce con lo stomaco a pezzi. Vediamo un po’: sono state inserite le prime piantagioni di caffè nel sud-est di Cuba, impalmate perché «forma pionieristica di agricoltura in un terreno difficile» e le antiche industrie per la produzione di tequila in Messico. Chi la spiega questa a chi preferisce l'Armagnac della Guascogna o il rum della Giamaica? E il nostro Collio? O, se teniamo buono il criterio del «terreno difficile», i terrazzamenti impervi della Valtellina dove, non a caso, nasce un vino che hanno chiamato «Inferno»? Allora mettiamoci anche quelli, no?
Quanto ai paesaggi, a dar retta a loro, oggi come oggi puoi anche lasciar perdere il Cervino, il Monte Rosa e il Gran Sasso ma, in compenso, con il timbro dell’Unesco puoi spedire la cartolina dall’Alto Svaneti in Georgia o, ad Andorra, dal Madriu, con valle omonima. Avete presente le valli pirenaiche? Bene, fate una fotocopia in più e così vi troverete come per incanto nel Principato. Che non avendo nient’altro di cui vantarsi se non i negozi duty free andava comunque sdoganato con un «patrimonio» ad hoc.
Brutti ma proprio brutti sono certi siti di archeologia industriale tipo il Ponte di Vizcaya, le miniere di carbone dello Zollverein a Essen, in Germania; la Città mineraria di Sewell, in Cile. Inseriti per ossequiare quell'ideologia ambientalista che prima fa piazza pulita dell'uomo e poi va a recuperarne gli scheletri. Tra i «patrimoni dell'umanità» non ci sono il Duomo di Milano, il Palazzo di Cnosso, la Tour Eiffel, l'Antartide. Però su 890 siti segnalati, più di 80 sono porzioni di foresta tropicale o sub-tropicale. Alcuni angoli mozzafiato del pianeta, come le cascate dell'Iguazú argentino-brasiliane o la foresta di mangrovie tra India e Bangladesh, ma anche parecchie «sòle» come Lopé-Okanda in Gabon, Le Morne Brabant nelle Mauritius, Morne Trois Pitons a Dominica o Manovo-Gounda St. Floris nella Repubblica Centrafricana. Paesi che vengono premiati in un eccesso di generosità ma che qualche volta fanno persino autogol come è accaduto in Oman.
Qui l'Unesco aveva inserito il Santuario dell'Orice d'Arabia (una razza particolare di antilopi) ma il «patrimonio» è stato radiato nel 2007, dopo che il sultano ha deciso che 450 orici erano troppi e ne ha lasciati giusto una sessantina. Meno male che nel segno della «biodiversità» e della «cultura» criteri conclamati dai soloni dell'Unesco, possiamo rifarci a Ibiza saltando da una discoteca all'altra. Spendendo un patrimonio. Senza immaginare che ci troviamo in un «patrimonio».