I giudici che invadono il campo fanno le leggi a colpi di sentenze

MilanoOra ci tolgono pure il crocifisso. Ma il verdetto degli eurogiudici di Strasburgo è solo l’ultima invasione di campo. Di tutti i campi. Perché i magistrati, penali, civili o amministrativi, fanno davvero di tutto. Rimettono Santoro in prima serata, riscrivendo i palinsesti della Rai, promuovono lo studente che si preparava a ripetere l’anno - tecnicamente annullano la bocciatura - interpretano le norme e ridefiniscono il costume. Altro che bocca della legge; il magistrato dei nostri tempi, anche per via dei balbettii della politica, finisce col tagliare nodi importanti che il legislatore non è stato capace di sciogliere.
Prendiamo il caso di Eluana Englaro. Dopo un batti e ribatti infinito, alla fine la svolta l’ha impressa la Cassazione. In attesa di una legge sul testamento biologico che non vuol arrivare, ecco che la Suprema corte ha stabilito che il sondino può essere staccato se «lo stato vegetativo è irreversibile» e se quella persona aveva espresso il desiderio di farla finita, qualora si fosse trovato in quello stato, «con le precedenti dichiarazioni» o, in mancanza di meglio, «con il suo stile di vita e i suoi convincimenti». Come dire, tutto e niente. Alla fine Eluana è morta, mentre i medici, per non parlare dei politici, discutevano sui confini della vita.
I giudici sono più veloci. I giudici occupano lo spazio che gli altri lasciano libero. I giudici svolgono un compito che, talvolta, si definisce emergenziale. E visto che l’Italia è un Paese in perenne affanno, allora i giudici compongono il sinedrio dei saggi. I politici provano da anni a scrivere un testo sulle convivenze civili, i giudici della seconda sezione penale della Cassazione hanno scattato questa foto postmoderna della famiglia. La famiglia è «ogni consorzio di persone fra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza e solidarietà per un apprezzabile periodo di tempo». Insomma, è la «stabilità del rapporto» la spia che indica la presenza di una famiglia. Se abbiamo capito bene, questa parola copre il rapporto che può intercorrere fra due studenti sotto lo stesso tetto, o quello che lega un signore anziano a una badante o, infine, quello di una coppia omosessuale. Così, ancora una volta, i giudici applicano la legge dei giudici.
Gli interventi a gamba tesa sono continui. E prendono spunto dall’appiglio più piccolo, quello su cui i magistrati fanno leva come esperti scalatori. Così, il verdetto sul crocifisso bacchetta regolamenti e circolari amministrativi, ma in realtà fa a pezzi duemila anni della nostra storia e cultura. Non importa. Del resto, salire sulla giostra delle sentenze è un’esperienza che dà le vertigini. Così il tribunale di Latina stabilisce che un ragazzo di 15 anni può vivere, davanti al divorzio dei genitori, col padre, omosessuale dichiarato. Il gay può essere un buon papà. Ma se il padre dice alla madre da cui è diviso: nostro figlio starà con te ma non voglio che frequenti «omosessuali e drogati», allora l’affido condiviso può anche andare a farsi benedire. E il mestiere di genitore va gambe all’aria.
Qual è il metro di misura dei legislatori in toga? Semplice, ciascuno ha il suo. La solita Cassazione ci spiega che un immigrato omosessuale non può essere espulso dall’Italia se nel Paese d’origine rischia la galera. Rimanga pure. Ma nel caso di uno sfortunato medico cubano accade esattamente il contrario: l’articolo 10 della Costituzione prescrive che «lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla nostra Costituzione ha diritto all’asilo». Dunque il medico cubano, fuggito dall’isola come tanti altri connazionali, chiede ospitalità all’Italia. Tutto bene? No, perché per il tribunale di Milano prevale l’interesse della collettività cubana all’assistenza medica da parte sua. Risultato: asilo respinto. E Piero Ostellino ne parla nel suo libro Lo stato canaglia come di «una mostruosità logica, giuridica e politica».
Ma la frontiera della creatività non è definita una volta per tutte. A Ferrara, sono sotto processo una mamma e due nonni accusati, nientemeno, di «maltrattamenti» su un bambino, aggravati da «iperprotettività». Ovvero, si trascinano in udienza i parenti per troppo amore. Una circostanza quanto meno inquietante. Così come i sarti, i giudici tagliano, cuciono e rammendano leggi, regolamenti, costumi. E perfino le griglie di partenza di un campionato di calcio.
Consoliamoci. All’estero stanno più o meno come noi. Il tribunale di Hannover ha concesso uno sconto sulla pena a uno stupratore con una motivazione incredibile: «È sardo, merita un’attenuante». Etnica. Poi è arrivato il verdetto di Strasburgo sul crocifisso. E così i giudici hanno occupato pure lo spazio di Dio.