I Grigi e quegli incroci con Genova che hanno fatto la storia del calcio

(...) E poi, per capire cosa c’entra la storia dell’Alessandria con Genova e con queste pagine, non occorre nemmeno tirare in ballo il fatto che l’edizione di Genova e della Liguria è distribuita anche in Lunigiana e nel Basso Piemonte e che, per i legami storici col territorio «mandrogno», quelle zone sono piemontesi solo per la cartina geografica, ma liguri nella storia e nel cuore.
Così come basta guardare alla cronaca calcistica per imbattersi in una serie di incroci di personaggi che hanno la nostra città nel sangue, da Claudio Onofri a Enrico Nicolini, da Roberto Pruzzo a Giorgio Roselli, da Claudio Maselli a Mauro della Bianchina. Tutti tecnici che hanno allenato o, in qualche modo, hanno gravitato attorno alla formazione alessandrina. Idem per i presidenti, fra i quali, per undici anni, c’è stato Gino Amisano, il patron dei caschi Agv, benefattore del Gaslini e di moltissima carità genovese, una specie di santo laico che ha spesso incrociato la sua vita con quella della nostra città (spesso, non ricambiato di tanta generosità, ma questa è un’altra storia). Ma basterebbe anche solo il nome della famiglia Spinelli per riportarci alle banchine e agli spalti genovesi.
Insomma, la partita contro la Sampdoria è solo l’ennesimo incrocio di una storia di incroci.
Ma non è questo, non solo questo. Se abbiamo scelto di raccontarvi Alessandria-Casertana non è solo per questi motivi e neanche per crisi d’astinenza da calcio dopo due mesi abbondanti di vacanze del pallone e un’estate passata a rincorrere sogni di calciomercato e amichevoli con i Monti Pallidi. Ma anche e soprattutto perchè la storia, non solo calcistica, di Alessandria e quella di Genova sono strettamente connesse. Storie anche letterarie, come quella raccontata su La stampa nel 1995 e in Barnum, da Alessandro Baricco: «Un’alluvione finisce anche così, con ventidue giocatori in braghette corte che entrano in campo. E undici hanno la maglia grigia. E il campo si chiama “Moccagatta“. E quel che c’è intorno si chiama Alessandria».
Una pagina di storia di una squadra che è nella storia del calcio. Un ricordo di un’alluvione drammatica, prima dell’alluvione metaforica, quella di questi giorni del processo sulle scommesse, nelle quali l’Alessandria - per colpe della precedente società - si vede a forte rischio retrocessione a tavolino, unica squadra insieme al Ravenna per la quale Palazzi ha chiesto una pena pesante.
Domenica pomeriggio, in tribuna, i vip alessandrini, fra cui spiccava una bellissima «miss Moccagatta» in maglietta a strisce color panna e blu e pantaloni bianchi, capelli raccolti in codino e I-phone a tutto volume, erano molto ottimisti. Ma gli striscioni della pancia dello stadio raccontavano un’altra storia: «Forti coi deboli, zerbini con i potenti. Quali colpe ora paghiamo? La C2 non la vogliamo!!!» e via di cori contro la Lega calcio, contro i politici locali, contro l’ex presidente ritenuto colpevole di questa situazione.
Eppure, volevano esserci, a tutti i costi. Nonostante la pioggerellina, nonostante la macaia che rendeva pesantissimo e appiccicaticcio il clima della città di un’incredibile domenica pomeriggio di un’incredibile estate, nonostante le zanzare. C’erano persino i tifosi del balconcino della casa di fronte allo stadio, quasi una tribuna supervip.
Tutti lì, sperando in Marassi e temendo Palazzi.
Epilogo triste e solitario di una cavalcata esaltante, contro tutto e contro tutti che, lo scorso anno, a una manciata di minuti dalla fine della semifinale dei play-off contro la Casertana, vedeva i grigi in piena corsa per la serie B, un traguardo che l’Alessandria non raggiunge dal 1975 (nella loro storia i grigi hanno disputato 13 stagioni in A, venti in B e hanno giocato la finale di Coppa Italia nel 1936).
Una cavalcata che ha trasformato la scorsa stagione della formazione del Basso Piemonte in una specie di impresa epica, con i giocatori che meno ricevevano stipendi, meglio giocavano e più avanti andavano. Un miracolo calcistico, seguito anche da moltissimi appassionati liguri che tifano o simpatizzano per i grigi. E non solo perchè è la squadra storica di ragazzo che si chiamava Gianni Rivera e fece la storia del calcio italiano, e non solo perchè è la squadra che ha schierato i campioni del mondo di Pozzo (Bertolini, Borel, Ferrari e Rava) e Carcano e Baloncieri.
Insomma, un clima quasi surreale, che può portare a giorni drammatici per la squadra, ma vissuto a livello societario quasi facendo finta di niente per esorcizzarlo: nessun riferimento alle richieste del Procuratore Palazzi sul sito ufficiale, che invece nei giorni scorsi dedicava ampio spazio alle regole per la somministrazione delle bevande contro la Casertana e alle amichevoli contro il Derthona e la Valenzana che, da queste parti, sono derby.
E allora, la partita è quasi un particolare. Certo, è finita, 1-0 per la squadra di casa, contro una Casertana che, comunque, se l’è giocata fino alla fine. Certo, l’Alessandria ha messo in mostra il solito, straordinario, Marco Martini, decisivo anche stavolta; il solito, pesantissimo e amatissimo capitano Fabio Artico; il solito, Andrè Cuneaz, scuola bianconera, tutto genio e sregolatezza. Domenica, più sregolatezza che genio. E poi un ottimo Fabio Roselli, un buon Luca Simeoni, e, soprattutto, Andrea Servili, portiere paratutto a cui domenica le punte doriane dovranno prendere le misure se vogliono sperare di andare avanti in Coppa.
Ma l’emozione di raccontare i grigi è un’altra. È la bellezza di narrare tutti gli intrecci, infiniti, con Genova, con la Liguria e con la storia. A partire dall’inizio: dal 1894, quando la tradizione orale, quasi un’eredità omerica applicata al calcio, racconta di un’amichevole disputata da una formazione alessandrina contro una compagine genovese. Compagine che, visto l’anno di fondazione, può essere soltanto il Genoa. Da, lì le formazioni mandrogne, prima di diventare ufficialmente il football club Alessandria nel 1912, iniziarono ad incontrare le squadre genovesi, vinsero un torneo proprio a Genova nel 1897, ma poi preferirono le partite della Federazione di ginnastica, ritenendosi sfavoriti rispetto all’allora corazzata rossoblù. Insomma, più di cent’anni dopo, il mondo del calcio, le sue proteste e le sue sfumature non sono poi così diverse.
Da qui, ufficialmente dal 1912, inizia una storia che ha anche bellissime pennellate di colore: dalle prime maglie acquistate di seconda mano dalla Vigor Torino, al regalo delle prime undici maglie grigie da parte del patron del ciclismo Giovanni Maino. Perchè grigie? Perchè erano di quel colore anche quelle della formazione ciclistica di Maino, dove correva Costante Girardengo che sulle strade fra Liguria e Piemonte, fra Serravalle, Novi e i Giovi ha scritto la sua storia, da cui è stata poi tratta l’epopea fantasiosa de Il bandito e il campione di Francesco De Gregori e poi di Marco Ventura e poi di Beppe Fiorello.
Poi, l’Alessandria iniziò la sua cavalcata che sfiorò anche lo scudetto. E quindi altri brandelli d’Italia calcistica: l’esordio del sedicenne Gianni Rivera che fece piangere il suo allenatore in seconda per la bellezza delle giocate; una partecipazione alla Mitropa Cup; la storia di un arbitro che, prima della partita con il Venezia, fece cambiare maglia alle squadre perchè, secondo lui, il grigio di una e il nero dell’altra erano perfettamente identici. Dopo quell’incontro, l’arbitro venne sottoposto a visita oculistica e risultò daltonico, tanto che la visita divenne obbligatoria per le giacchette nere (o grigie che fossero). Insomma, è con l’Alessandria che è nato ufficialmente l’urlo dagli spalti: «Arbitro occhiali!».
Domenica sera tocca alla squadra più colorata d’Italia. È molto meno facile di quanto appaia.