I guai con il fisco, poi l'assoluzione

Mi sento più leggero nell'animo
e non solo...", disse ironico Luciano Pavarotti il 28 luglio
2000, dopo aver patteggiato col fisco il pagamento di 25
miliardi di lire a chiusura di un lungo duello con gli agenti
delle tasse. Pavarotti si era presentato nell'ufficio del
ministro delle finanze Ottaviano del Turco e gli aveva
consegnato un assegno a 10 cifre, davanti a decine di fotografi
e operatori tv

Roma - "Mi sento più leggero nell'animo e non solo...", disse ironico Luciano Pavarotti il 28 luglio 2000, dopo aver patteggiato col fisco il pagamento di 25 miliardi di lire a chiusura di un lungo duello con gli agenti delle tasse. Pavarotti si era presentato nell'ufficio del ministro delle finanze Ottaviano del Turco e gli aveva consegnato un assegno a 10 cifre, davanti a decine di fotografi e operatori tv.

Ciò non lo sottrasse al processo, ma alla fine venne assolto, un anno dopo, e poi in appello nel 2004. "Non doversi procedere perché i reati sono estinti per prescrizione": fu questa la sentenza della Corte di Appello di Bologna al processo che vedeva Pavarotti accusato di dichiarazione infedele dei redditi (ex frode fiscale). In primo grado era stato il giudice di Modena Carla Ponterio, il 19 ottobre 2001, a mandarlo assolto perché "il fatto non è più previsto dalla legge come reato". Ma, scrisse il magistrato, la condotta complessiva di Pavarotti, "che ha trasferito la sua residenza anagrafica in un paradiso fiscale e che conta i giorni di permanenza negli Stati Uniti per non rischiare di dover ivi pagare le imposte sui redditi mondiali, non pare compatibile con la descrizione dell'artista distante e scevro da interessi materiali. La sua condotta e le sue scelte non paiono per niente affidate al caso, anzi sembrano, almeno in parte, sorrette da strategie mirate e non proprio nobili".

La seconda sezione della Corte di Appello di Bologna aveva accolto la richiesta del Pg Eleonora De Marco, che aveva chiesto il non doversi procedere per prescrizione. Ma anche la De Marco aveva comunque sottolineato "le difficoltà nell'accertare la residenza fiscale di Pavarotti", ricordando che "c'é buio sull'entità del suo patrimonio". Secondo l'accusa formulata dalla Procura di Modena, Pavarotti aveva preso la residenza anagrafica fittiziamente nel principato di Monaco - uno dei paradisi fiscali - in un appartamento di 150 metri quadrati, in cui in realtà non avrebbe mai abitato. Per l'accusa Pavarotti, che il 21 gennaio '83 si era iscritto all'anagrafe dei cittadini italiani residenti all'estero, aveva trasferito la residenza a Monaco per eludere ed evadere il sistema fiscale italiano, mantenendo a Modena il suo centro di interessi di maggior importanza. In questo modo non avrebbe denunciato al fisco italiano, dall'89 al '95, 35-40 miliardi di lire.

Ma uno dei suoi avvocati, Massimo Leone, aveva ricordato che in realta' il vero centro di interessi del tenore era negli Usa: lì c'erano il suo manager, il suo produttore, il suo fiscalista, i suoi medici. Lì si è svolta gran parte della sua attività operistica. In base al capo di imputazione formulato a Modena Pavarotti, ad esempio, nel '90 dichiaro' 2.666.000 lire contro un reddito accertato di 7.954.660.000, nel '95' 19.562.000 contro 10.296.826.000. Ma il tenore, con l'assegno al ministro Del Turco, già prima del processo aveva saldato il suo debito con il fisco italiano.