I lavori sulla spianata nuova miccia per Israele

Di nuovo la spianata delle Moschee Al Aqsa e di Omar arde di presagi di scontri fatali, di giochi politici interni al mondo palestinese e arabo, di nuovo la supposizione che Israele voglia impossessarsene o danneggiarla rischia di insanguinare il mondo. Lo spunto è quello della ricostruzione di un ponte che porta dal Muro del Pianto fino alla porta di Mugrabi, cento metri più in alto, e sostituire una passerella pericolante. Le manifestazioni hanno già raggiunto il Kashmir, dove venerdì si è svolta una violenta marcia per «salvare la moschea di Al Aqsa» minacciata dal «potere sionista». L’eccitazione può diventare simile a quella causata dalle vignette su Maometto, e stavolta, poiché lo spunto è legato a un simbolo religioso molto controverso, alla terza moschea per importanza dei luoghi sacri musulmani (dopo la Kaasba alla Mecca e la Moschea del Profeta a Medina), e mette in gioco l’odio antisraeliano. Il segnale più duro l’ha dato il discorso del capo del movimento islamico degli arabi israeliani, sceicco Raed Salah, quando venerdì ha chiamato all’Intifada per «salvare» la Moschea e ha aggiunto che «la storia di Israele è inzuppata di sangue, gli ebrei vogliono ricostruire il loro tempio mentre il nostro sangue è sui loro abiti, sulle loro soglie, nel loro cibo e nella loro acqua».
Qualsiasi cosa dica, quando gli inviati del governo turco invitati da Ehud Olmert per verificare le accuse giungeranno davanti all’orrida passerella, vedranno che non c’è nulla di vero nelle accuse rivolte a Israele. Le moschee, bellissime, se ne stanno tranquille sulla spianata, vuote di turisti perché l’WAQF, che sotto il governo congiunto di giordani e palestinesi controlla i monumenti islamici, ha deciso che solo i musulmani possono entrare a pregare (due settimane fa sono entrata anch’io con un gruppetto di giornalisti stranieri). Il ponte è tutto fuori della moschea, posa su territorio israeliano, la sua ricostruzione è dovuta a uno smottamento causato dalla neve che mette a rischio il Muro del Pianto, uno dei muri perimetrali, e non toccherà affatto la Spianata. Quello che però è evidente è che gli israeliani non rinunciano a mettere il naso sotto e intorno alla Spianata delle Moschee, sia pure solo nella parte di loro giurisdizione.
Il piano di ristrutturazione del ponte avrebbe forse dovuto essere presentato al pubblico in maniera più articolata e ragionata, ed è per questo che il sindaco di Gerusalemme ha sospeso temporaneamente i lavori quando tutti hanno capito che la tempesta stava arrivando. La passeggiata di Ariel Sharon nel 2001, autorizzata dall’WAQF, è stata fatta passare alla storia palestinese come una violazione mortale che ha portato all’Intifada dei terroristi suicidi; l’apertura di un tunnel sotterraneo preesistente da parte di Netanyahu nel 1996 causò una rivoluzione, con decine di morti e feriti da ambo le parti.
«La verità - dice il professor Dore Gold, ex ambasciatore di Israele all’Onu e capo del Jerusalem Center for Public Affairs - è che dopo un lungo periodo in cui era pacifico anche per i musulmani che le Moschee sorgessero dove un tempo sorgeva il Tempio degli Ebrei distrutto dai romani nel 70 dopo Cristo si è infiltrata tra gli islamici la convinzione che quello sia un luogo di esclusiva appartenenza musulmana, “dai tempi - come affermano - della creazione del mondo, di Adamo ed Eva”, e che la presenza ebraica è stata inventata ai danni dell’islam».
«La negazione dell’esistenza del Primo e del Secondo Tempio, oltre a essere ridicola - dice il famoso archeologo Dani Barkay - è parte di un’autentica degenerazione culturale postmoderna, dove i fatti non contano ed è vero quello che fa comodo. L’importanza di Gerusalemme, il fatto stesso che Cristo sia stato crocifisso a Gerusalemme, che Maometto abbia pregato per un periodo volto a Gerusalemme, è legato al preminente potere temporale e spirituale degli ebrei e dei loro Templi. Per me si tratta di un negazionismo ancora peggiore di quello di chi nega l’Olocausto, perché non ci sono testimoni vivi né fotografie né film a colpire la fantasia del pubblico, ma solo la follia della ripetizione della negazione di fatti noti e comprovati. Essa serve solo a delegittimare la presenza ebraica in Israele e a Gerusalemme».
Ogni studioso e ogni persona di buon senso conosce la verità, basata sia su testimonianze storiche (da Flavio Giuseppe allo storico greco Strabone, vissuti ambedue al tempo della distruzione del tempio, a una quantità di testimonianze che confermano le descrizioni bibliche), sia su ritrovamenti archeologici. Se Arafat avesse visitato l’arco di Tito, in cui sono scolpite le tragiche figure degli ebrei che portano a spalla candelabri e altri oggetti asportati dal Grande Tempio ebraico di Gerusalemme e marciano incatenati a Roma nel corteo trionfale dopo la conquista del tempio, forse avrebbe evitato la famosa figuraccia, quando, a Camp David, disse a Clinton che «il Tempio degli ebrei, tutti lo sanno, era un mito».
Sul Monte del Tempio, in genere identificato col Monte Moriah, il figlio di David re Salomone costruì il Primo tempio circa tremila anni fa, demolito poi da Nabucodonosor di Babilonia nel 586 a.C. Gli ebrei tornarono a Gerusalemme e ricostruirono il tempio nel 535, tempio che fu poi esteso dai re Seleucidi, gli Asmonei e poi nel primo secolo d.C. da Erode primo, che ne fece una delle meraviglie del mondo. Gesù vi fece il suo pellegrinaggio con Maria e Giuseppe, e ancora si vedono gli scalini da cui salì al Tempio e le botteghe da cui cacciò i mercanti. Flavio Giuseppe racconta che «il Tempio era incredibile», magnifico di marmi e di legni profumati, il sancta sanctorum in mezzo al terrapieno circondato da immense mura, intorno un porticato monumentale, più grande dell’Acropoli di Atene.
La Bibbia descrive minuziosamente i luoghi, gli ornamenti, i riti. Erode fece costruire il terrapieno che oggi sostiene la Spianata delle Moschee, un fianco del quale è oggi il Muro del pianto, e nel cui ventre sono contenute probabilmente rovine che si possono vedere solo in minima parte camminando nelle gallerie che costeggiano il perimetro sottoterra.
Nel ’94 la cupola d’oro fu restaurata a spese dei giordani, con i palestinesi padroni di casa della Spianata. La Moschea di Al Aqsa, che sembra una grande basilica, fu costruita nel 1035, ornata di bellissimi doni di tutto il mondo musulmano. La bellezza della grande terrazza è imponente, e si capisce bene l’amore dell’islam per uno dei loro luoghi sacri fondamentali. Quello che non si capisce è il tentativo di cancellazione totale della presenza ebraica, che pure grida la sua potentissima storia, dato che proprio là, sotto le belle moschee, il silenzio e il vuoto mistico del sancta sanctorum, gridava per la prima volta il suo messaggio monoteista al mondo. Gli scavi archeologici ebraici si concentrano tutti fuori del perimetro delle Moschee, mentre tonnellate di ogni tipo di rifiuti, di cui gli archeologi proclamano la indispensabile testimonianza e quindi, oggi, il disastro, sono stati scavati con ruspe e gettati a mucchi mentre l’WAQF ha compiuto i suoi scavi per costruire una terza moschea sotterranea, le «stalle di Salomone».
È pesante e sorprendente il silenzio degli organismi internazionali, che dovrebbero imporre con la loro autorevolezza una cooperazione archeologica che consenta alla cultura mondiale di accedere a tutte le possibili verità archeologiche e storiche.