I magistrati ordinano, il Parlamento obbedisca

Le vicende di questi giorni indicano che per una gran parte della magistratura associata tutto ciò che ha a che fare con l'ordinamento giudiziario, cioè con le regole relative alla carriera dei magistrati, è questione sulla quale i soli magistrati dovrebbero avere voce in capitolo. Non si spiega altrimenti il malcelato fastidio, se non proprio l'aperta ribellione, al cospetto del lavoro del Parlamento in materia. Questo atteggiamento della magistratura associata travalica gli schieramenti politici: l'aperta ostilità alle scelte legislative che vanno maturando in Senato fa il paio con la ribellione ostentata e costante alla «riforma Castelli», che il centrodestra approvò nella passata legislatura.
Anche oggi, con una maggioranza di centrosinistra, dall'Associazione nazionale magistrati giungono pugni battuti sul tavolo e messaggi perentori. Essi in sostanza significano questo: o il legislatore fa quel che noi chiediamo, oppure noi rovesciamo il tavolo (scioperiamo, ci dimettiamo dalle cariche associative ecc.). Questi atteggiamenti finiscono per porre un problema di natura costituzionale, perché la Costituzione sancisce che le norme sull'ordinamento giudiziario e su ogni magistratura sono stabilite con legge. Si tratta di una chiarissima «riserva di legge»: nel rispetto dei principi costituzionali, è il legislatore democratico-rappresentativo a dover operare le scelte fondamentali sull'organizzazione della magistratura, secondo la propria discrezionalità politica. Qui, invece, si vorrebbe che questa discrezionalità sia sostanzialmente esercitata sotto la pressione (e talvolta sotto il vero e proprio ricatto) dell'Anm. Secondo una visione tipicamente corporativa, la magistratura associata vorrebbe decidere in libertà circa il proprio assetto burocratico-organizzativo, o quanto meno vorrebbe che il legislatore eseguisse pedissequamente i suoi desiderata.
La libertà della politica, protetta dalla Costituzione, viene considerata suprema minaccia. In un'intervista di qualche settimana fa, che non ha suscitato reazioni significative, il procuratore Caselli ha elevato un preoccupato lamento contro politica e Parlamento, dichiarando che sulle scelte in tema di ordinamento giudiziario sentiva «odore di inciucio e di Bicamerale». Il linguaggio utilizzato era altamente simbolico. La Commissione bicamerale del 1997 fu quella che tentò di rinnovare a fondo la seconda parte della Costituzione, operando anche fondamentali scelte innovative in materia di giustizia e di ordinamento giudiziario. Si trattava di scelte operate dal potere normativo più eminente previsto dal nostro ordinamento, cioè il legislatore di revisione costituzionale: ma nell'intervista del Procuratore queste scelte apparivano frutto di un'inaccettabile usurpazione. Tutto ciò rivela una singolare concezione dei rapporti tra poteri, che pesa moltissimo nel dibattito sulla riforma dell'ordinamento giudiziario.
Il paradosso è che in Parlamento l'Anm sta vincendo, perché la sostanza delle sue richieste è stata accolta: la carriera dei magistrati e i controlli sulla loro professionalità tornano interamente nelle mani del Csm, cioè dell'organo eletto da quegli stessi magistrati che deve valutare; l'avvocatura viene espulsa dalle sedi in cui potrebbe fornire qualche contributo sul punto; l'abbozzo di separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri delineato dalla riforma Castelli viene cancellato, lasciando spazio a qualche misura di minima decenza, idonea ad evitare le più clamorose violazioni dei valori di imparzialità e terzietà (il Pm che passa alla funzione di giudice non potrà occuparsi da giudice della vicenda in cui era stato accusatore: scelta ovvia, per la quale la stessa espressione «distinzione delle funzioni» pare eccessiva).
Eppure, non basta ancora, perché l'Anm vuole stravincere e non fa nessuno sconto alla maggioranza di centrosinistra, dalla quale si attende l'adempimento della promessa fatta in campagna elettorale: spazzare via qualunque traccia delle scelte contenute nella «legge Castelli».
Diciamola tutta. La Costituzione «materiale» del nostro Paese è già cambiata, e da un pezzo: ormai, le scelte qualificanti in tema di ordinamento giudiziario e di giustizia le fa l'Associazione nazionale magistrati.
Nicolò Zanon