I medici: meglio esagerare che farsi denunciare

La signora Angela era stata avvertita: una protesi all’anca avrebbe potuto provocarle un’inevitabile lieve differenza di altezza tra le due gambe. Angela aveva annuito e firmato le carte per l’intervento. Al rientro a casa, con anca nuova e gamba più lunga, ci ripensa e sferra una causa di risarcimento danno da milioni di euro al medico perché non soddisfatta della prestazione. Sandro, invece, era stato intubato d’urgenza dopo un arresto cardiaco. Ma prima di tornare a casa non si è minimamente preoccupato di ringraziare i medici che gli hanno salvato la vita. Li ha invece denunciati per avergli scheggiato un dente durante l’intubazione e, già che c’era, ha chiesto i danni per il rifacimento dell’intera dentiera.
I due casi pratici riflettono la diffidenza che regna in corsia dove, alla prima difficoltà, scoppia tra medici e pazienti una guerra fatta di carte bollate e processi per malasanità. Nell’arco di tredici anni, dal 1994 al 2007, il numero dei sinistri denunciati alle imprese assicurative italiane, nel campo della responsabilità civile in ambito sanitario, è passato da 9.500 a circa 30mila. L’incremento è stato del 200%. I costi sostenuti dalle Asl si sono ovviamente moltiplicati: dai 35 milioni del ’94 ai 450 del 2007. A cui si devono aggiungere i costi delle polizze stipulate da ogni singolo medico per non finire sul lastrico dopo un processo finito male. Un ginecologo o un ortopedico spende circa 10mila euro all’anno per i rischi sanitari, un chirurgo anche di più. Ma ora c’è una sorta di ribellione a un atteggiamento di colpevolizzazione diffusa e così i medici si difendono con la prevenzione. Una parola che ormai non si applica più solo per la buona salute del paziente, ma anche per quello del portafoglio del medico. In termini tecnici si chiama medicina difensiva. Che in sostanza significa eccedere in tutto pur di evitare complicazioni giudiziarie. Ti fa mal la testa? Allora facciamo subito una tac. Ti fa male una caviglia? Subito le radiografie, le pomate sono una perdita di tempo. Hai dei capogiri? Ti ricovero così ti senti più sicuro in una camera di ospedale. Hai la pressione alta? Meglio farti visitare anche dall’oculista e dal dentista.
Esagerazioni? Non proprio se nove medici su dieci di differenti specialità con esperienza di pronto soccorso ammettono di avere adottato almeno un comportamento del genere nell’ultimo mese di lavoro. Questi dati sono stati presentati a Pavia in un convegno organizzato dal Dottorato di economia, diritto e istituzioni della Scuola superiore universitaria Iuss che si propone di approfondire, attraverso i suoi corsi, master e dottorati, il tema del rischio. Sono stati coinvolti 1.392 medici di diverse specialità e il 90,5% degli intervistati ammette di aver adottato almeno un comportamento di medicina difensiva durante l’ultimo mese di lavoro. In cosa si eccede? Quasi otto medici su dieci largheggiano in esami di laboratorio non necessari. Per esempio, se al pronto soccorso si presenta un bimbo con la diarrea, il pediatra di turno ti prescrive un esame delle feci e pure un’ecografia dell’addome. Dopo un «colpo della strega» una risonanza magnetica non si lesina a nessuno. Quasi otto ospedalieri su dieci, invece, abbondano in annotazioni inutili in cartella clinica, mentre sette su dieci chiedono consulenze di altri specialisti non necessarie. Il 64% invece ha richiesto esami invasivi inutili per non contrastare il parere del consulente interpellato. Si effettuano biopsie ed endoscopie per assecondare le pressioni dei familiari. Se non ci sono le lamentele dei parenti, ci sono quelle del paziente che magari vive da solo e preferisce essere seguito gratuitamente in ospedale. E sei medici su dieci ci cascano. Invece di mandarlo a casa lo spediscono in reparto, ad occupare un posto letto costoso che viene privato a chi ne avrebbe magari più bisogno.
Ma perché si comportano in questo modo? Il 69% vuole evitare «rogne», cioè ha paura di un contenzioso medico-legale. Il 50% invece ha timore di ricevere una richiesta di risarcimento e si sente condizionato dai processi piovuti sulla testa dei colleghi. Tre medici su dieci invece sono «scottati», influenzati da precedenti esperienze personali di cause sanitarie. La conseguenza pratica di questo modus operandi? I medici modificano le proprie condotte professionali. E la tutela della salute del paziente può diventare un obiettivo subordinato alla minimizzazione del rischio legale e punitivo.