"I miei tredici anni da magistrato in bilico tra farsa e tragedia"

Alberto Marcheselli: "Imparai da un’impiegata come funziona la giustizia: mise nel fascicolo
500 fogli a casaccio perché il Pm non impugnasse un provvedimento". Ora racconta in un libro la fuga dal tribunale di sorveglianza

Il magistrato Alberto Marcheselli imparò da un’impiegata della cancelleria, «un donnino proveniente da una zona imprecisata dell’Italia centrale», come funziona la giustizia nel nostro Paese. Quel giorno, nel concedere a un detenuto un permesso particolarmente delicato, Marcheselli aveva confidato alla signora M.: «Il pubblico ministero è molto severo, secondo me impugnerà il provvedimento». Lei lo squadrò con occhi scintillanti di malizia: «Vuole che impedisca al Pm d’impugnare?». Trasse dal cassetto della scrivania una spanna di fogli e la schiaffò dentro il fascicolo. «Così non impugna di sicuro», concluse ammiccante, ben conoscendo la repulsione delle toghe per tutto ciò che costa fatica, a cominciare dalla lettura. Il magistrato, sbalordito, fece togliere quei 500 fogli che non c’entravano nulla, vecchie pratiche, certificati penali irrilevanti, persino volantini sindacali. Il fascicolo tornò smilzo. E il Pm, ovviamente, impugnò.
Sul fronte della cellulosa, il dottor Marcheselli era reduce da un battesimo del fuoco, avvenuto nel suo primo giorno da uditore. Mario Canepa, presidente del tribunale di sorveglianza di Genova, un maestro di vita che riuniva Alec Guinness, Achille Campanile e Omero in un’unica persona, gli aveva sillabato con solennità: «Alberto, attenzione, perché sto per impartirti la prima lezione fondamentale del nostro percorso». E mentre Marcheselli, lesto come uno studentello afferrava penna e foglietto infilati nel codice penale per prendere appunti, Canepa tirò fuori un rotolino bianco dalla tasca dei pantaloni: «Porta sempre con te della carta igienica, perché negli uffici giudiziari non c’è mai!».
Per quasi 13 anni Alberto Marcheselli è stato un cittadino esemplare di quello che definisce «un mondo di carta». Nell’ottobre 2008 ha deciso di scappare ed è tornato nel mondo di carne. Adesso insegna diritto tributario all’Università di Torino. Ma basta leggere Magistrati dietro le sbarre, il libro che ha scritto per Melampo Editore, uscito tre giorni fa con un sottotitolo esplicativo ed insieme critico, Farsa e tragedia nella giustizia penale italiana, per capire che del mondo di carta è rimasto in qualche modo prigioniero. Sindrome di Stoccolma, si direbbe. «Sindrome del fratello maggiore», corregge lui. «Fin dai tempi di scuola, ho sempre esercitato l’innata propensione a occuparmi degli altri. Tutti venivano a chiedermi consigli, ero bravissimo a mettere pace. Forse avrei dovuto diventare medico. O prete. Non mi sono mai riconosciuto nel profilo di giudice che mi uscì in un test psicologico fatto da ragazzo: “Hai una cattiva opinione degli altri”».
Che sarebbe finito male glielo predisse un insigne giurista, il professor Giovanni Marongiu, socio di Victor Uckmar: «Lei ha la mentalità del giudice. È troppo curioso, mette il naso ovunque». Il giovanotto, appena ventisettenne, era stato assunto nello studio legale Uckmar di Milano come avvocato tributarista. «Guadagnavo soldi a barcate, però mi rendevo conto che non avrei mai avuto il tempo per spenderli». Fu Marongiu a consigliargli il concorso in magistratura: «Male che vada, qui la riprendiamo subito».
Marcheselli, 44 anni, genovese, marito di un’avvocata civilista e padre di due figli, ha vissuto dietro le sbarre non metaforicamente. Non volendo finire pretore a Olbia, optò per l’unico posto disponibile al Nord: magistrato di sorveglianza, prima a Torino e poi ad Alessandria. «Un collega di Como mi aveva avvisato: “È un gorgo. Ci finisci dentro e non ne esci più”. Il carcere diventa la tua seconda casa. Un’esperienza di una ricchezza e di un dolore terrificanti. Tutti i giudici dovrebbero fare i magistrati di sorveglianza per un paio d’anni. Capirebbero un sacco di cose della giustizia e di se stessi, diventerebbero persone completamente diverse».
Perché?
«Ti hanno insegnato il diritto come una struttura logica, perfetta. Scrivi le tue belle sentenze tirando le conclusioni con geometria cristallina. Vivi in un mondo di carta, appunto. E all’improvviso scopri che in un solo giorno devi prendere 60 decisioni che cambieranno per sempre le vite di altrettante persone».
Quali decisioni?
«Finire in galera o uscirne. Incontrare le persone care. Rivedere sul luogo del delitto chi ha ucciso tuo figlio. Morire tra le braccia dei tuoi genitori o dietro le sbarre. Avere o non avere uno sconto di pena di mesi o di anni. Andare in ospedale per sottoporsi alla chemioterapia. Il magistrato può avere la scorza più dura del mondo, ma ognuna di queste decisioni si deposita sul fondo del suo stomaco e non c’è verso di digerirla».
I magistrati di sorveglianza non sono quelli che scarcerano gli stupratori albanesi?
«Anche. Sono quelli da picchiare, 150 invisibili che saltano fuori solo quando un detenuto semilibero combina qualcosa di grave. Il giudice penale condanna. Il magistrato di sorveglianza stabilisce se sconterai la pena dentro o fuori: agli arresti domiciliari, oppure ai servizi sociali, oppure in un posto di lavoro con obbligo di tornare in cella la notte. Molti cittadini non sanno che tutte le condanne fino a 3 anni, fino a 6 per i tossicomani, sono sospese per legge, comprese quelle passate in giudicato, e che la decisione finale spetta al tribunale di sorveglianza».
Spesso una decisione presa a capocchia.
«È una decisione pericolosissima. Nelle prigioni non c’è più posto, per cui lo Stato fa il gioco del cerino: prima mette in mano il fiammifero al Pm che indaga, poi al giudice penale che condanna, infine al magistrato di sorveglianza, che lo passa alla società. Consideri che ci sono in circolazione 30.000 condannati definitivi. Venendo da me, lei ne ha incontrati per strada senza saperlo almeno tre. Se dentro la stazione centrale di Milano io urlassi “la carta precettiva”, quella che i beneficiari della semilibertà hanno l’obbligo di esibire in qualsiasi momento, si alzerebbero una trentina di braccia».
Non fu lei a liberare il brigatista rosso Cristoforo Piancone, tre condanne all’ergastolo per sei omicidi, mai pentito né dissociato, che una volta fuori tentò di uccidere due poliziotti?
«Sì, fui io. Era stato recluso per 26 anni. A giudizio unanime di criminologi, educatori e personale del carcere, aveva tenuto costantemente una buona condotta. Quattro anni c’impiegai a concedergli la semilibertà. E altri quattro ne passarono prima del fattaccio. Ma la mia scelta era ineccepibile, è scritto negli atti parlamentari».
Come mai ha smesso di fare il magistrato di sorveglianza?
«Mi sono sentito come uno che sta sulla spiaggia e spera di svuotare il mare col secchiello».
Poteva restare in magistratura.
«A far che? Il giudice penale che scrive sull’acqua? O il giudice civile che si occupa di futili litigi? Impossibile, dopo che hai visto la gente morire».
Ma, scusi, non era uno dei responsabili della sua formazione a ripeterle di continuo che fare il giudice serve soprattutto a guadagnarsi da vivere?
«Era un Gip. Lo diceva in senso buono. Non ci voleva invasati. Tentava di farci capire che il giudice non è un santo, non può cambiare il mondo».
Prudenza, diligenza e perizia sono le tre norme di comportamento richieste a qualsiasi medico nell’esercizio della professione. Se non le rispetta, egli è perseguibile penalmente, perché ha nelle sue mani la vita delle persone. Perché i giudici, da cui dipendono molte vite, non sono chiamati a rispettare queste tre regole?
«Non è possibile giudicare senza serenità d’animo. E non c’è serenità d’animo senza una certa dose di irresponsabilità. Di questo paradosso s’era già accorto Giovenale: “Quis custodiet custodes?”, chi controllerà i controllori? È un passaggio inevitabile in ogni gruppo sociale: di qualcuno occorre fidarsi. Un medico che ha paura diventa scrupolosissimo, ti ordina un sacco di analisi. Un giudice che ha paura potrebbe non condannare mai».
Le è capitato di vedere un giudice in galera?
«Sì, uno. Per corruzione. Un giudice fallimentare che aveva accettato una bicicletta e uno stereo».
E suoi colleghi che pagano per aver sbagliato?
«Mi pare che il Consiglio superiore della magistratura abbia rimosso dall’ordine giudiziario l’ex procuratore di Tortona, Aldo Cuva, per le irregolarità nell’inchiesta sui sassi lanciati dal cavalcavia. Però sono d’accordo con lo spirito della domanda: succede raramente. E invece le sanzioni contro i giudici che sbagliano vanno applicate con rigore».
Com’è possibile che i magistrati abbiano impedito di varare la riforma della giustizia a tutti i ministri succedutisi fino a oggi?
«Va’ a saperlo. Fossi il ministro, riformerei avvocatura, magistratura, codici, uffici, tutto. Così eviterei le opposizioni preventive a questo o quel provvedimento. Che poi, a ben vedere, il problema della giustizia penale non è di leggi: è di cultura. Lei ha mai letto una sentenza? I giudici non parlano alle vittime e ai colpevoli. No, i loro tecnicismi sono rivolti ad avvocati, Pm, Corti d’appello. Uno scandalo. Hanno deriso il ministro Roberto Castelli perché fece scrivere nelle aule di tribunale che “la giustizia è amministrata in nome del popolo”. Invece si trattava di un principio sacrosanto. Se il popolo non capisce le sentenze, che giustizia è?».
I magistrati non dovrebbero limitarsi ad applicare le leggi approvate dal Parlamento su mandato degli elettori, anziché discuterle?
«Certo. E se non sono convinti, mandarle alla Corte costituzionale. La legge si applica. Non si polemizza con la legge».
Dalla sua esperienza, quanti magistrati orientati a sinistra, al centro e a destra ha conosciuto?
«Il magistrato è per sua natura un conservatore. So di stupirla, ma ne ho conosciuti più di destra che di sinistra. Ciò nonostante non ho mai visto nessuno fare scelte influenzato dalle proprie simpatie politiche».
Il giudice che dovrà processarla entra in aula con La Repubblica, o Il Giornale, o L’Unità sotto braccio. Lei si fida?
«Sì. Però capisco che il cittadino abbia dei dubbi. Appartengo alla scuola di pensiero secondo cui non basta che il giudice sia imparziale: deve anche apparire tale».
Come s’è creato l’arretrato spaventoso degli uffici giudiziari?
«Troppi avvocati. Le liti nascono per ragioni di bottega. E per essere remunerative devono anche durare anni. Io stabilirei che l’entità dell’onorario sia inversamente proporzionale alla durata del processo. Non è possibile che nella sola città di Roma vi siano più avvocati che in tutta la Francia».
Il personale giudiziario non ha colpe?
«Certo che ne ha. Si va dall’autista che durante un’agitazione mi disse: “Dottore, scioperare io? Ma io allo Stato ci faccio più danno se lavoro che se sciopero!”, fino al cancelliere che afferra un foglio e gira di stanza in stanza come se dovesse consegnarlo, fermandosi a chiacchierare con tutti i colleghi. Ma sono incappato anche in carabinieri che, sulla scena del delitto, avevano misurato la distanza di un cadavere dalla porta di casa al cortile con un rilevatore satellitare quando avrebbero potuto usare il metro da sarta. Il sogno di un’ospitata a Porta a porta spesso uccide il buon senso».
Che cosa pensa degli inquirenti che vanno in televisione?
«Non dovrebbero andarci mai. La giustizia seria è invisibile».
Allora perché andò a Porta a porta?
«Me lo ordinò il presidente del tribunale di sorveglianza. Un detenuto in semilibertà aveva sparato a un poliziotto. Mi limitai a dare risposte tecniche. A parte quella alla prima domanda: “Ma i magistrati di sorveglianza sono tutti matti?”. Replicai: potrebbe sembrare, eppure non è così. Quanto a follie, comunque, la Tv non è da meno».
Cioè?
«Sbarcato a Fiumicino, trovai ad attendermi una Bmw di rappresentanza con un conducente che pareva un istruttore di body building. Si stupì che fossi solo. E mi rivelò che, siccome la Rai non dava il gettone di presenza però metteva a disposizione dell’ospite un autista per l’intera giornata, la prassi era presentarsi o con tutto il nucleo familiare o con un’amichetta. Mi resi conto d’averlo profondamente deluso. Sfruttando il pass della Rai e nonostante le mie deboli proteste, l’autista, aiutato dai vigili urbani, costrinse i turisti a sfollare perché potessi vedere la Fontana di Trevi da dietro i vetri fumé. Me ne vergogno ancor oggi».
Che cos’ha imparato nei 13 anni passati a fare il magistrato di sorveglianza?
«Che sei pagato anche per prenderti gli sputi. Sono sempre rimasto zitto, persino quando un recluso si suicidò il giorno stesso in cui gli avevo parlato per la prima volta in cella e la moglie mi accusò d’averglielo ucciso. Poi seppi dal direttore del carcere che quella sera la donna aveva telefonato al marito per annunciargli che lo piantava. Si chiamava Matteo Gualano. I nomi dei detenuti me li ricordo tutti, purtroppo. Aveva portato via a una ragazza i soldi appena prelevati dal bancomat, dicendole: “Scusami, ma ne ho più bisogno di te”. Prima che s’impiccasse, lo videro lanciare un pacchetto di sigarette verso i compagni della cella accanto: “Queste dividetele fra tutti”. L’ultima cosa che fece fu pensare agli altri».
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