I miracoli dello Tsunami

Cristiano Gatti

Un anno dopo lo Tsunami. Questa strana cosa che porta un nome da orsacchiotto, ma che fa più male del giudizio universale. Evitiamo per favore di raccontarci che sembra ieri. Diciamola tutta: sembra già passata un’eternità. La nostra vita corre a velocità insostenibili, abbiamo un sacco di pensieri per la testa e un sacco di brutte faccende da metabolizzare: ormai tutto quello che passa diventa subito un passato remoto. Così inevitabilmente è toccato anche allo Tsunami, indimenticabile prova d’inferno sul piccolo e inerme pianeta terra.
Un anno dopo, il giorno della memoria. Annunciato e doveroso. Forse conviene rompere la tradizione dei penosi anniversari cominciando da qualcosa di allegro e consolante. Dalle fonti ufficiali risulta che il cataclisma asiatico abbia scosso e smosso anche le coscienze, portando alla più sostanziosa raccolta di fondi mai prodotta dal genere umano: 13,6 miliardi di dollari. Il che consente all’inviato Onu di pronunciare già adesso una frase quasi incredibile: «Il denaro messo a disposizione è più che sufficiente per la ricostruzione».
Purtroppo, i bei numeri finiscono subito qui. A futura memoria, ne restano alcuni che grideranno per sempre orrore e pietà. Solo un attimo di concentrazione, per capire che cosa dobbiamo ricordare. I morti e i dispersi: 229.361. I danni totali: 10,73 miliardi di dollari. I Paesi colpiti: 13. Gli sfollati: 2milioni e 90mila. Le persone che hanno perso tutto: 1,5 milioni. Le case distrutte: 392.544. Le case necessarie: 308.000. Case già ricostruite o in via di ricostruzione: 46.000. Barche distrutte (per molti più importanti della stessa casa): 103.829.
Evidente: anche se abbiamo fatto cassa, non ci si può rilassare. L’onda lunga dello Tsunami continuerà a incombere nel tempo. Tutto sommato, la ricostruzione delle cose si rivelerà relativamente breve. Più problematica e indecifrabile quella delle anime. Il piccolo Chemraj, un bambino di sei anni che quel giorno stava nel suo villaggio sulle Isole Andamane, è agitato da questo pensiero: «Lo Tsunami è un assassino: porta via i genitori e non li restituisce più». Lo scrive sul quaderno dei compiti. Nessuno lo può convincere che lo Tsunami sia qualcosa di diverso: quella mattina, suo padre era andato a pescare e chi l’ha visto più, mentre sua madre se l’è rapita il mare direttamente sull’uscio di casa. Lui è un miracolato, ma ora è soprattutto un orfano. Sarà molto più facile ricostruirgli un tetto, che restituirgli l’infanzia.
La solitudine, le angosce, le ossessioni dei bambini: il primo dei flagelli. Poi, tutti gli altri: la sanità, l’economia locale, l’amministrazione pubblica. Sull’immane peso di queste piaghe, così come sul lutto di quelle giornate irreali, un intero continente riaccende simbolicamente le sue luci. Candele ovunque, lungo le coste dell’Asia: minuscoli punti di flebile chiarore, che messi assieme diffondono però un’enorme suggestione. Epicentro della commozione, come allora fu la più prossima all’epicentro del sisma e dunque la più devastata, la provincia indonesiana di Aceh. Un minuto di silenzio, e il capo dello Stato Yudhoyono che simbolicamente fa partire la sirena del nuovo sistema d’allarme (diamine, averlo un anno fa: qui, in Indonesia, 168mila morti fa). «Voi - prova a dire il presidente davanti ai sopravvissuti - avete mostrato forza e coraggio: così ci ricordate che la vita è bella e che vale la pena di lottare sempre». Belle parole, anche se neppure stavolta è dato sapere quanto i discorsi ufficiali attenueranno la disperazione dei disperati.
La giornata offre al ricordo anche la prima pietra di un monumento che verrà. Sorgerà nel Parco nazionale Lam-Ru, sud della Thailandia. Qualcosa che il presidente di questo Paese vuole dedicare ad un’idea superiore di umanità: «Poco importa quale sia la nostra nazionalità: questo monumento appartiene a tutti i cittadini del mondo, come il dolore di quella giornata». Alla stessa ora, migliaia di chilometri più in là, un villaggio nel sud dell’India apre un parco con 6.065 piante da poco interrate: una per ciascuna vittima della zona, come una foresta della memoria.
Non c’è soluzione di continuità: ovunque, sulle coste dell’Oceano Indiano, è corale l’omaggio al triste destino dei morti e all’insanabile dramma dei vivi. Processioni, commemorazioni, inaugurazioni. Forse, tutto può servire all’acrobatica sfida di un nuovo inizio. Un anno dopo, ricompare sulla spiaggia di Khao Lak anche Tilly Smith, la ragazzina inglese che più di tanti statisti sapeva bene cosa fosse uno Tsunami, avendolo studiato per bene a scuola. Quella mattina, riconosciuto all’istante il pericolo, si indaffarò per dare l’allarme, per mettere in fuga i bagnanti, per salvarne quanti più le fosse possibile, meritandosi poi il riconoscimento internazionale di «angelo della spiaggia». Una lezione memorabile, quella della ragazzina undicenne: la semplice conoscenza, la semplice educazione, tanto basterebbe in ogni angolo del mondo per tutelare la vita.
Per l’occasione, la signorina Tilly s’è portata una poesia. La legge sulla stessa spiaggia, davanti ai sacerdoti di tutte le religioni, tra tanti vivi che sono ancora vivi soltanto grazie al suo elementare sapere e al suo candido buonsenso. «Quel giorno - dice Tilly - non ha vinto la morte. Ha vinto l’umanità. È la vittoria più bella della generosità, del coraggio, dell’amore». Un anno dopo, piace a tutti pensare che sia davvero così.
Cristiano Gatti