I moderati restituiscano il futuro ai giovani

Le forze politiche non di sinistra non si appiattiscano sui compromessi ma diano un segnale per costruire

Ogni anno oltre 260 mila nuovi ingegneri indiani entrano nel mercato planetario del lavoro: la loro professionalità, del miglior livello britannico, costa solo 600 dollari al mese; la Cina, da parte sua, produce e getta annualmente sul mercato qualcosa come 325 mila ingegneri, il cui salario mensile non è maggiore di quello richiesto dai colleghi indiani.
Più di mezzo milione di nuovi ingegneri all'anno per il mercato globale. Le aziende occidentali si sono accorte subito del possibile business: non dislocano più in India ed in Cina solamente la manodopera di basso livello. India e Cina assorbono ormai da qualche tempo anche posti di lavoro di livello medio alto, sino ad ieri appannaggio esclusivo dei popoli occidentali.
American Express e banca Morgan Chase hanno già esportato alcuni centri di elaborazione elettronica in India; la Ford impiega a Madras circa 300 ingegneri indiani; Daimler, Chrisler e General Motors impiegano 100 ingegneri indiani ciascuna a Bangalore; Societè Generale, la grande banca francese, dà lavoro a più di 150 tecnici specializzati a Bangalore, dove Axa (la seconda compagnia assicuratrice mondiale) ha assunto 1.000 dipendenti per l'elaborazione elettronica dei dati.
L'elenco sarebbe lungo e tedioso: passa da Alcatel, British Telecom, i Lloyds, Lufthansa e Swissair. Un cittadino inglese quando digita il numero verde delle British Railways riceve le informazioni sugli orari ferroviari da un call center situato in India. Un ultimo dato significativo: il mito della tecnologia mondiale, Silicon Valley, in California, dà oggi lavoro a 120.000 ingegneri; Bangalore, in India, a 150.000, gran parte dei quali a libro paga di compagnie occidentali. Tutti posti di lavoro che spariscono dai paesi occidentali, dal Vecchio Continente, dal nostro Paese.Verrebbe da pensare che il nostro Paese, la nostra gente, il nostro territorio si stiano attrezzando per fronteggiare la competitività orientale: centri di eccellenza, centri di formazione, giovani concentrati sul proprio futuro, sostenuti dalle istituzioni, ben saldi nelle proprie radici storico culturali, pronti ad affrontare una sfida epocale dalla quale dipende il futuro loro e quello della nostra società civile. Nulla di tutto ciò.Le uniche fortezze dalle quali difendere le proprie posizioni e lanciarsi nella sfida infinita della competitività a livello planetario, le prospettive «culturali» ed occupazionali offerte ai giovani dal milieu sociale e culturale dominante in questo frangente storico, si riducono a quei luoghi dell'indistinto che vanno sotto il nome di Centri Sociali.
I giovani, intristiti dalla assoluta mancanza di un futuro sul quale investire, privati di ogni valore di riferimento forte, intrisi di debolezze, vi sciamano non sapendo di andarsi a rinchiudere in un vero e proprio lager della cultura e dell'indipendenza intellettuale. Come ogni luogo gestito dalla sinistra culturale, vi si scorge immediatamente la sostanza della contraddizione: hanno una qualche funzione sociale di accoglienza e rifugio per marginali e per giovani di buona famiglia in cerca di qualche riferimento valoriale; sono centri di elaborazione di pensiero, luoghi di intrattenimento musicale e sociale: per l'appunto Centri Sociali. Qui, però, è finito il bello. L'ambiente è, generalmente, non solo sporco, ma degradato, un degrado da favela. I giovani frequentatori vestono tutti la loro divisa: pantaloni e blusotti alla moda di strada (non sanno che sono gli abiti indossati per esigenza professionale dalla classe operaia americana), piercing e tatuaggi, lunghe capigliature, trecce «rasta», oppure teste rasate. Sono perennemente «incazzati»: con la famiglia, con la scuola, con la società, con le istituzioni, con il mondo: centinaia, migliaia di odi corpuscolari repressi, che, uniti, si liberano in «conflitto e rivoluzione permanente». Ascolti i loro discorsi, li vedi convinti: sognano, ma non si limitano a quello: vogliono imporre la loro società perfetta fatta delle più strane libertà; elaborano progetti sempre rigorosamente impossibili, sono incapaci di progettualità. E non vivono.Pochi studiano, pochi lavoreranno, pochi sapranno essere competitivi a fronte dei 2,5 miliardi di indiani e cinesi che si stagliano prepotentemente sullo sfondo della storia contemporanea.Odiano i simboli di ogni legge morale e spirituale: trovano più facile non fare, se non distruggere.Quale è la ragione profonda, storica e culturale dell'attuale deriva giovanile e del naturale inglobamento nella cultura del Centro Sociale?
Tutto parte dall'affermazione marcusiana secondo cui per avere una società nuova (quindi migliore) ed un uomo nuovo, è indispensabile recidere il cordone ombelicale che li lega al passato. Da sempre l'entrata nella società di un giovane passa attraverso un vero e proprio lavoro di iniziazione, che comincia nella famiglia e prosegue nella scuola: al giovane viene trasmesso in eredità tutto il sapere e tutta l'esperienza delle generazioni precedenti, in modo che egli non abbia a dover ricominciare tutto da capo e che possa entrare nella società assumendosene la responsabilità: trasmissione che non avviene senza fatica ed applicazione: solo così la società può di generazione in generazione progredire.
Gran parte dei giovani, soprattutto quelli che vivono secondo il pensiero marxista e marcusiano, rigettano il passato: niente più pensiero classico, niente più diritto romano, niente più spiritualità cristiana, niente più ragionevolezza sociale illuminista. Nulla più di tutto ciò. I giovani entrano nella società senza una storia, tranne quella personale, non in grado di assumersi responsabilità, perché non posti all'altezza di poterlo fare; credono che tecnologie e comodità, telefonini ed automobili, crescano in natura come le banane ed i fichi sugli alberi ed invadono così la società civile come nuovi barbari. Questa è la responsabilità che grava su chi li ha voluti così: responsabilità storica che il futuro condannerà. Dall'altra parte le forze politiche non di sinistra rischiano di appiattirsi nella terra del compromesso: le forze moderate di ieri e di oggi hanno rinunciato ad avere ed a mostrare una propria identità culturale da offrire all'elettorato ed in particolare ai giovani: hanno lasciato il campo agli altri, che ne hanno approfittato. Che non possa esistere un'alternativa forte, nei valori, sia ben inteso, non è credibile. Un'alternativa per i giovani, che possano tornare a sperare in un futuro possibile, non in chimere utopiche insensate; che possano ritornare a maturare le responsabilità individuali per caricarsi delle responsabilità collettive; che possano contribuire a costruire un futuro per sé e per la società. Un'alternativa che non sia un centro di aggregazione costituito intorno al risentimento sordo ed all'insoddisfazione perenne, al desiderio di rivolta continua. Un'alternativa costituita dalle città stesse, centri di aggregazione costruttiva, in cui si insegni ai giovani assieme all'uso della ragione ed allo spirito della moderazione, la forza delle tradizioni, lo spirito dell'innovazione, ma soprattutto il desiderio di costruire e non di distruggere.
* Commissario Cittadino
Forza Italia Genova