I monaci litigano, rissa al Santo Sepolcro

A Gerusalemme religiosi armeni e greco-ortodossi si scontrano per l’occupazione di
una cappella della Basilica. Interviene la polizia israeliana: feriti e
arresti. Dopo le botte scambio di accuse: "Hanno iniziato loro"

Gerusalemme - Se le sono suonate di santa ragione. Come sempre quando il ring è il Santo Sepolcro e a darsele arrivano bande di monaci scalmanati. Va così da secoli, da quando 1300 anni fa, cattolici e siro-ortodossi, copti ed etiopi, armeni e greco-ortodossi iniziarono a bastonarsi per il controllo di tabernacoli, colonne, e sagrestie disseminati tra il marmo del Santo Sepolcro e l’altare del Golgota. Ieri l’immortale zuffa si è riaccesa. La data era di quelle fatidiche. Alla chiesa del Santo Sepolcro gli armeni celebravano il 400º anniversario del ritrovamento della Croce di Gesù Cristo e, come sempre da 400 anni, gli altri «fratelli» eran già in trincea.

Per evitar botte da orbi in quella penombra di archi, scalinate, e colonne bisognava interpretare le antiche regole, decidere chi passava, dove andava, cosa celebrava, quando sfilava. Quattro anni fa, a scatenar la rissa era bastata una porta lasciata spalancata da un frate francescano. Stavolta la fatidica scintilla scaturisce dall’edicola alle spalle della tomba di Gesù, simbolica roccaforte dei greco ortodossi. I barbuti monaci armeni avvolti nei manti rosa e vermigli son già pronti a sfilare, quando un corvino frate ortodosso blocca la processione. Lì all’edicola non c’è neppure uno di loro e gli armeni devono dunque aspettare. La confraternita greca teme il colpo di mano, una repentina e ben orchestrata occupazione capace di strapparle il controllo di quel chiostro appollaiato sopra il Santissimo Sepolcro. Gli ortodossi chiedono dunque ai barbuti armeni di rispettare l’antico fair play, di dar loro il tempo di rioccupare l’edicola. I rosa vermigli non ne vogliono neppur sentir parlare, intonano sacri salmi, innalzano ceri e croci, muovon come una fatidica crociata.

Forse stavolta Dio non vuole, ma lo scontro è inevitabile. Per i greco ortodossi schierati come una squadra di neri celerini l’antico catholicon è il Piave da difendere con unghie, denti e sonori cazzotti. Per gli armeni in corteo l’avanzata è una liturgia inarrestabile. E così centinaia di turisti allibiti assistono alla più devota rissa del pianeta. Tonache rosse e sai neri si confondono in un arcobaleno di colori, urla e nasi rotti. I crocefissi dorati calano sulle schiene imporporate, i bianchi ceri fendono l’aria come manganelli, le mani mollano il libro dei salmi per stringersi alla collottola degli avversari. Dopo minuti di diretti e sinistri, spinte e bastonate è la volta dei poliziotti israeliani. Piombano nel mucchio con gli sfollagenti, si buttano in quella canea benedetta, disperdono rossi e neri. Poi ne scelgono uno per parte, lo cercano tra i più scalmanati, gli infilano le manette. Avvinghiato tra sbirri anti sommossa sfila via un rosa vermiglio, lo segue un greco-ortodosso con la fronte sanguinante e la tunica stracciata.
«Si son presi un diritto che non hanno, sono stati loro ad iniziare, noi volevamo solo bloccarli, son vigliacchi, mi han tirato un pugno da dietro, mi hanno rotto gli occhiali» - si lamenta Serafino, un confratello dell’arrestato con un taglio all’occhio destro. Per padre Pakrat del patriarcato armeno la pretesa greco-ortodossa «calpesta lo status quo e le regole interne del Santo Sepolcro». L’arcivescovo greco ortodosso Aristarco nega che i suoi frati siano «stati i primi a far violenza».

Tra accuse e insulti la Chiesa del Santo Sepolcro diventa una piazza d’armi dove la polizia israeliana con i mitragliatori e manganelli spianati cerca di rimettere ordine tra turisti in fuga e congregazioni in subbuglio. L’ordine, lo san tutti, non tornerà tanto presto. Da 1300 anni si discute su chi debba custodire la chiave della chiesa. Da allora il sacro chiavistello riposa nella cassaforte di una famiglia musulmana. Da allora ogni mattina gira nella toppa grazie ai servigi di un altro maomettano. Dallo scorso secolo non si capisce chi debba spostare la scala lasciata appoggiata a un davanzale. Da decenni la contesa tra copti e preti etiopi barricati nel sovrastante monastero di Deir El Sultan impedisce qualsiasi restauro e lascia allibiti gli esperti israeliani. A dar retta a loro un apocalittico crollo rischia di abbattere il tetto della cattedrale e seppellirvi i monaci e le loro indistricabili contese.