I nemici della riforma difendono solo gli sprechi

Una delle prese di posizione più equilibrate sul disegno di legge di riforma universitaria presentato dal ministro Gelmini è stata quella del presidente della Conferenza dei rettori Enrico Decleva, secondo cui questa legge ha il merito di affrontare molti dei nodi principali della vita universitaria in un’ottica coerente e organica. Proprio perché risponde a un disegno coerente, non è casuale - nota Decleva - che vi sia stata subito una levata di scudi polemica. I due principali capi di accusa sono, da un lato, quello di statalismo e di centralismo, dall’altro quello di aver scelto un’ottica aziendalistica.
L’accusa di colpire le conquiste dell’autonomia ripristinando un approccio statalista-centralista è ricorrente nei confronti di questo ministero, che si tratti della scuola o dell’università. Ma nulla è un bene in sé, neppure l’autonomia, indipendentemente dai risultati prodotti. E se i risultati non sono buoni vuol dire che l’autonomia è stata male pensata o male gestita, o entrambe le cose. Nel caso dell’università i risultati negativi sono sotto gli occhi di tutti: moltiplicazione esponenziale dei corsi, dei corsi di laurea e di corsi a contratto semigratuiti, sistema di reclutamento poco rispettoso del merito. L’analisi più superficiale mostra che questi risultati non sono dovuti solo a cattiva gestione, ma a un’autonomia mal congegnata. Certo, è difficile conciliare l’autonomia con il fatto ineludibile che il sistema universitario è statale, ma quando la concezione generale è ispirata all’egualitarismo la conciliazione è impossibile. Di fatto, non si è avuta autonomia dove era necessaria e utile - sul piano del governo e della gestione - e la si è concessa troppo sul versante dell’organizzazione didattica e del reclutamento.
Sia chiaro. Un sistema universitario statale può essere di altissimo livello: tutta la storia europea sta a dimostrarlo. Il problema nasce quando il sistema diventa di massa, perché allora i meccanismi interni di autocontrollo - che quando funzionano bene permettono allo Stato di lasciare la briglia lenta - rischiano di sgretolarsi; soprattutto se, come è accaduto da noi, l’università viene usata sindacalmente per esigenze occupazionali. Ma in tal caso è inutile invocare il passaggio a meccanismi di concorrenza di tipo integralmente privatistico. In un sistema che resta comunque statale - a meno che non si voglia chiudere baracca e burattini e aspettare che il settore privato si crei le sue università - il «mercato simulato» è una sceneggiata che non funziona. Le regole sono necessarie. Possono non bastare, ma servono a lanciare un segnale verso la ricostituzione di un’etica nei comportamenti. Anche qui ha ragione Decleva a dire che spesso si preferisce non avere l’autonomia quando implica un’assunzione di responsabilità, mentre la si evoca quando si tratta di evitare l’imposizione di regole.
Perciò, di fronte allo sfascio del sistema, il rispetto di regole centrali è l’unica via di salvezza. Questo vale sia per l’università che per la scuola, dove una revisione del sistema dei Pof (Piani di offerta formativa) e una stretta sui «programmi» sarebbe auspicabile: ma questo è un altro discorso. Il problema difficile è come introdurre regole che non incentivino la burocratizzazione, l’inefficienza e l’appiattimento. Sotto questo profilo, la legge Gelmini propone alcune idee che vanno nella direzione giusta: prima di tutte l’introduzione della «tenure track», ovvero della procedura mediante cui un ricercatore attraverso un contratto a termine può dimostrare la propria attitudine a essere confermato a tempo indeterminato. È poca cosa, se si pensa che c’era chi mirava all’ennesima sanatoria, creando un terzo ruolo di docenza universitaria, ovvero un esercito di ufficiali? Basterebbe solo questo a qualificare positivamente la riforma. Ma tutto il sistema di reclutamento e di progressione di carriera è valido e conforme ai migliori standard internazionali.
Anche la governance non pare dar luogo all’altra accusa, quella di aziendalismo. Vi è probabilmente qualcosa da ripensare sui poteri scarsi del senato accademico o qualche aggiustamento da fare nella composizione del consiglio di amministrazione, ma le competenze dei due organismi sono chiaramente ripartite e la materia didattica e scientifica resta in mano al corpo docente, come deve essere.
Insomma, si possono certamente discutere vari punti e il percorso parlamentare potrà dar luogo ad aggiustamenti e modifiche, ma è auspicabile che si colga questa occasione per prendere di petto questioni troppo a lungo trascurate senza finire nel pantano delle guerre ideologiche.
Accanto a quelli appena menzionati vorrei sottolineare alcuni altri punti che meriterebbero ulteriori approfondimenti. Desta qualche perplessità il fatto che la lista nazionale di abilitazione dei docenti sia aperta: vi è il serio rischio, soprattutto nella fase iniziale, che si vada al todos caballeros. Non è preferibile pensare a un numero programmato? Inoltre, appare un po’ demagogica la pariteticità tra docenti e studenti in diversi organismi. L’idea che gli studenti siano i più titolati a giudicare i docenti e a rispondere a domande del tipo «pensi che questo corso ti possa essere utile?» è senza fondamento. Inoltre, non va dimenticato che esiste una via maestra per il docente al fine di ottenere il miglior giudizio possibile da parte degli studenti (soprattutto in un’università di massa): fare anche un buon corso, ma poi promuovere tutti. È ingenuo pensare che la concessione agli studenti di un elevato potere nella valutazione sia un buon sistema per elevare la qualità.
In generale, è positivo che la legge lasci spazio alla definizione dei criteri di valutazione. Ed è bene che questi siano quanto meno meccanici sia possibile e che siano basati sulla verifica incrociata, magari da commissioni composte da docenti di altre università o in pensione. Di recente ho sentito dire da un docente: «L’idea che mi verifichi un collega mi fa rabbrividire». Esiste di certo il rischio della parzialità, dei pregiudizi, delle vendette, insomma della messa in opera dell’arsenale perverso di cui è capace la soggettività umana. Ma chi crede che esistano sistemi «oggettivi» capaci di evitare questo rischio si illude. Una volta che si siano studiati i meccanismi di funzionamento di un sistema di valutazione automatico, è facile adattare la propria produzione a un rendimento ottimale indipendente dalla qualità: basta pubblicare sulle riviste giuste, cambiare temi di ricerca se i propri non sono di moda, trovare qualche casa editrice straniera compiacente (e si trova). Sono gli studiosi più originali e indipendenti a essere penalizzati da questi sistemi: proprio quelli che non hanno il timore di confrontarsi con i colleghi. Gli altri, i mediocri, trovano facilmente la scappatoia per vegetare tranquilli.