I nostri soldati possono difendersi

Le Regole di ingaggio del contingente italiano sono adeguate per fronteggiare il rischio derivante da un attacco terroristico suicida? La risposta è affermativa perché, al di là dei distinguo e dei famosi caveat decisi a livello di singolo Paese, le Roe (Rules of Engagement), anche quelle più restrittive, garantiscono sempre ai militari la possibilità di ricorrere alle armi per autodifesa. La reazione naturalmente deve essere proporzionata all’effettivo livello di minaccia e va commisurata alle circostanze specifiche.
Nel caso di un attentatore suicida che si avvicini alla folla nel corso di una manifestazione pubblica, senza tenere un atteggiamento aggressivo e senza mostrare armi, evidentemente una reazione “preventiva” sarebbe in ogni caso molto difficile. I soldati possono magari avere qualche sospetto, ma se il terrorista si mantiene calmo e riesce a non attirare l’attenzione ha buone possibilità di successo, almeno parziale.
È probabile poi che regole più severe sull’uso delle armi vengano impartite, in aggiunta a quelle standard, in occasioni come quella in questione, proprio per evitare rischi eccessivi per la popolazione civile. Si tratta di arrivare a un difficile bilanciamento tra esigenze contrastanti, da un lato quella di impedire attacchi e difendere la vita dei soldati e dei civili imponendo severe misure di sicurezza, dall’altra quella di consentire che la vita della popolazione si svolga in modo quasi normale.
Al di là di quanto prescrivono le regole, conta la capacità dei militari di interpretare situazione, tipo e imminenza del pericolo per decidere quando e come reagire. Un comportamento aggressivo e il grilletto facile non solo possono provocare incidenti incresciosi, ma finiscono per danneggiare l’immagine dei militari presso la popolazione ed elevare il livello complessivo di rischio. In qualche caso possono mettere a rischio la stessa prosecuzione della missione. Il contenuto di dettaglio delle Roe è segreto per ovvie ragioni di sicurezza dei soldati.
Per quanto riguarda la missione Isaf della Nato, le Roe base sono comuni per tutti i contingenti e sono state redatte utilizzando un apposito manuale standard, che tiene conto delle direttive politico-militari concordate dai Paesi partecipanti e naturalmente del contenuto del mandato Onu. Su questo corpo si innestano poi le norme e i caveat nazionali, i quali possono avere il più vario contenuto, escludendo ad esempio l’impiego dei soldati in certe aree geografiche o per certi ruoli o imponendo limiti al ricorso alla forza o all’uso delle armi. Ci sono anche particolari procedure che devono essere seguite per poter ottenere il via libera nazionale all’impiego delle sue truppe. Questo spiega perché, pur dipendendo dallo stesso comando, i soldati inglesi, statunitensi, canadesi e olandesi danno attivamente la caccia ai talebani con missioni combat, mentre italiani, spagnoli o tedeschi possono impiegare le armi solo se attaccati o per difendere colleghi o la popolazione civile. Queste differenze ostacolano enormemente lo svolgimento della missione Isaf e la possibilità di sconfiggere i talebani, impedendo ai comandanti alleati di impiegare le forze assegnate, che sono di per sé insufficienti, nel modo più efficace.