I numeri della protesta: solo uno studente su 100

Su due milioni di iscritti agli atenei, appena 20mila hanno manifestato. E
anche Fini scende dai tetti e ammette: &quot;Riforma positiva, la voteremo&quot;. <strong><a href="/interni/il_ricercatore_4_alberto_mingardi/27-11-2010/articolo-id=489708-page=0-comments=1">Mingardi: &quot;Chi ha a cure l'istruzione oggi non contesta&quot;</a></strong>

Roma - Carta canta e i numeri sono numeri. Anche nella scuola degli asini e dei baroni che non vogliono perdere nemmeno un centimetro del loro territorio feudale, conquistato dopo anni e anni di fatiche improbe.

E così, numeri per numeri, se è vero come è vero che la popolazione universitaria italiana conta, dati del più recente censimento ministeriale, due milioni di studenti, è anche vero che dallo stesso ministero dell’Istruzione arrivano le cifre della protesta reale: in piazza in questi giorni sono andati non più di ventimila studenti. Il che significa, sempre se la matematica, sia pure nella strana scuola che qualcuno vorrebbe, non è un’opinione, l’uno per cento. Già, proprio l’uno per cento. Il che, ulteriormente, significa che su uno che è andato in piazza a fare un po’ di baccano, altri 99 studenti sono rimasti a scuola o hanno tentato di andarci regolarmente con i libri sottobraccio.

Così i numeri di una protesta, che fa arrampicare sui tetti improbabili scalatori come Bersani e certi suoi compagni di cordata di Fli, e che ieri, dopo le incursioni al Colosseo, alla Mole Antonelliana e sulla Torre di Pisa, ha dato l’assalto (e poteva mai venire dimenticata?) anche alla Basilica di San Marco a Venezia, si riducono drasticamente. Tornano, in altre parole, ad essere numeri meno fantascientifici, non facendo parte la fantascienza, almeno per ora, purtroppo, delle materie d’esame. Nonostante le occupazioni di tetti, sottotetti e abbaini continuino a macchia di leopardo un po’ in tutt’Italia ( ieri a Messina i ricercatori hanno occupato il campanile del Duomo, a Siena gli studenti hanno preso di mira il Palazzo comunale, a Perugia hanno occupato la facoltà di Lettere e Filosofia, mentre circa 200 tra studenti e ricercatori dell’Università di Cagliari sono saliti sul tetto del Palazzo delle Scienze), sono anche molti quelli che sono tornati con i piedi per terra.

Come, dopo il pressante invito della polizia, ha dovuto fare alla fine ieri il commando di giovani del «Coordinamento studenti Universitari di Venezia» guidato da Tommaso Cacciari che, con un blitz, aveva raggiunto una delle balconate della Basilica di San Marco e srotolato due striscioni di protesta con scritto: «It’s the final countdown Pdl Gelmini» e «Non avrete la mia fiducia. 14 dicembre 2010». E a terra sono ridiscesi, anche a Torino, gli studenti e i ricercatori che si erano accampati da qualche giorno sul tetto di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università.

Happening in «alta quota» a parte, è pur vero che la riforma ideata dal tanto bistrattato ministro dell’Istruzione non deve essere poi così malvagia, se è vero come è vero che ieri ha incassato la benedizione di Gianfranco Fini. «La riforma Gelmini è positiva, quindi Fli la voterà», ha preannunciato il presidente della Camera incontrando i «Magnifici Cento» che non sono studenti benemeriti ma è il movimento della società civile di Giuseppe Consolo.

D’altra parte, con buona pace dei nuovi amanti del trekking sulle tegole, le attestazioni di consenso e sostegno alla riforma continuano copiosamente, e anche insospettabilmente, ad arrivare da più parti. Il presidente della Conferenza dei rettori italiani, professor Enrico Decleva, in un’intervista a Repubblica, ribadisce la necessità della riforma Gelmini e nega che le università siano davvero in rivolta. E, sulla sua scia, decine di docenti si sono decisamente schierati a favore dell’approvazione del ddl decidendo di sottoscrivere un pubblico appello (visibile e scaricabile in più di un sito internet) dal titolo sufficientemente evocativo: «Difendiamo l’università dalla demagogia». Che ci sia poi anche un po’ di puzza di bruciato nella fiammeggiante protesta di questi giorni lo denuncia anche Azione Universitaria rilevando peraltro alcune contraddizioni politiche: «Nessuna proposta e nessuna mozione è stata presentata dalla sinistra come sostegno alle proteste di questi giorni nei confronti della riforma Gelmini al Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari». «È questa - dichiara Andrea Volpi, coordinatore nazionale di Azione Universitaria - una prova tangibile che tali proteste sono solo strumentali e oggetto di interesse da parte di sindacati politicizzati e dell’opposizione politica. Noi continueremo a sostenere gli effetti di questa riforma che vuole combattere i baronati e gli sprechi negli Atenei». «Ci chiediamo perché nelle opportune sedi le forze di sinistra, legittimate a farlo, hanno taciuto con assoluta indifferenza le votazioni e le iniziative portate avanti in sostegno della Riforma». Già, perché? Forse perché urlare coi megafoni dai tetti non sarà politicamente corretto ma, in fondo, è più divertente, ammettiamolo