I passatempi dei geni

Omero adorava gli indovinelli, Galileo sfidava i suoi amici con anagrammi. Dall’antica Grecia agli Usa, ecco gli svaghi preferiti dalle grandi menti della storia

Milano - SMAISMRMILMEPOETALEVMIBVNENVGTTAVRIAS. 37 lettere senza significato apparente (la parola POETA che vi si legge è un depistaggio). Le scrisse Galileo, nell'agosto del 1610 a Johannes Kepler, annuncio cifrato di un'importante scoperta. Era un enigma destinato a solutori più che abili. Il matematico e astronomo di Stoccarda non era tra questi. Prese carta e penna, sudò sangue, e alla fine distillò un SALVE VMBISTINEVM GEMINATVM MARTIA PROLES, «Salve, infuocata coppia di gemelli, prole di Marte!» che come soluzione dell’anagramma è profetica (Marte ha due piccole lune, Deimos e Phobos, che sarebbero state avvistate solo nel 1877), ma erronea. Galilei voleva dire: ALTISSIMVM PLANETAM TERGEMINVM OBSERVAVI, «Ho visto che il pianeta più lontano ha tre forme», Saturno, i cui anelli, indecifrabili al cannocchiale (li avrebbe scorti Huygens, mezzo secolo dopo) ingannarono Galilei sulla natura del corpo celeste. I rompicapi per Kepler non erano finiti, perché quell’anno, come presentino di Natale, si vide recapitare un altro codice: HAEC IMMATVRA A ME IAM FRVSTRA LEGVNTVR O.Y., ancor più perfido, perché la frase latina, questa volta, pare rivelare un insuccesso: «Queste cose prima del tempo sono comprese, da me, ma invano…». Equivocando, il solutore operò un altro piccolo miracolo ermeneutico: MACVLA RVFA IN IOVE EST GYRATVR MATHEM, ETC «Una macchia rossa si trova in Giove, ruota matematicamente…». Peccate che le macchie gioviane sarebbero apparse agli strumenti di Giovanni Domenico Cassini trent'anni più tardi. L'enigmistica galileiana era ancor più raffinata: CYNTHIAE FIGVRAS AEMVLATVR MATER AMORVM., «La madre degli amori (Venere) imita le fasi di Cinthia (Diana, la Luna)». Anagramma e indovinello insieme, una specie di rebus adatto a laureati in mitologia classica. Di enigmistica si poteva anche morire, come capitò a Calcante, l'indovino dei greci all’assedio di Troia, che illudendosi di essere un superesperto nel tipo di gioco «osserva i particolari», sfidò il rivale Mopso a contare all'istante i frutti di un fico. «Diecimila meno uno!», fu la risposta, confermata dalla conta, che uccise il proponente di crepacuore. Lo stesso Omero - dicono - si dilettava di indovinelli, salvo non sciogliere quello propostogli da rozzi pescatori di Ios («quello che abbiamo preso, lo lasciammo; quanto non abbiamo preso, lo portiamo», risposta: i pidocchi) per poi lasciarsi morire di vergogna e frustrazione. Cicerone si rilassava con gli scarti, aprendo una lettera con l'esametro Mitto tibi navem prora puppique carentem, «Ti mando una nave priva di prua e di poppa», cioè AVE, il saluto di prammatica: lavorare sulla parola latina per credere. Il compositore Mascagni sparava livide sciarade (Victor Hugo era accreditato come cultore di un tipo complesso, à tiroirs, «a cassetti»): «Bestia il primiero / bestia il secondo / bestia l'intero», comunicando lo scarso apprezzamento per il musicista dei Pagliacci, il napoletano Ruggero Leoncavallo. Sciaradeggiava anche Petrarca, ma per amore, giocando con il nome Laura, che aveva i capelli d'oro «a l'aura sparsi», o faceva sospirare l'innamorato apparendogli (Laura ora) fresca e luminosa come l'alba, l'aurora, che fa anche la rima. Einstein peccò di genio superbo quando, all'inizio del '900, si divertì a costruire l'indovinello che, dopo i 15 indizi, culmina nella domanda: «Di chi è il pesciolino?» Secondo lui, solo il due per cento dell'umanità, con un po' di pazienza logica e molti fogli di carta coperti da schemi, sbroglia l'inghippo. Ancor più severa la percentuale di successo alla domanda posta dalla madre di tutte le enigmistiche, la Sfinge: «Qual è l'animale che al mattino va su quattro gambe, a mezzogiorno su due, alla sera su tre?» se il solo Edipo buttò lì la risposta esatta «l'uomo!» (prima gattona, da adulto incede, da vecchio arranca con il bastone), significando che l'enigma più abissale non ci cela nei giochini di cose e di parole, ma in se stessi.