I pescatori tunisini «eroi» erano mercanti di uomini

In un primo tempo sembravano aver salvato 44 naufraghi alla deriva, ma dal processo in corso ad Agrigento emerge un’altra verità

nostro inviato ad Agrigento

Dispiace dirlo, ma non regge più la vulgata umanitaria sui «poveri», «coraggiosi», pescatori tunisini arrestati «senza motivo» l’8 agosto a Lampedusa. Le denunce mediatiche che ancor oggi descrivono il «vergognoso accanimento» nei confronti di chi aveva prima coraggiosamente salvato 44 poveri cristi alla deriva salvo esser poi ringraziato con un processo per direttissima per favoreggiamento all’immigrazione clandestina, si stanno sgretolando sulle testimonianze dei militari protagonisti del drammatico inseguimento ai due pescherecci di Monastir stracarichi di poveracci e privi di un solo pesce o di uno straccio di rete.
Ma non è il solo colpo di scena sulla favola d’agosto nel canale di Sicilia. La Procura di Agrigento, che inizialmente sembrava non avere dubbi sulla colpevolezza dei sette pescatori alla sbarra, nonostante le clamorose rivelazioni di ufficiali e sottoposti della Marina, della Finanza, della Guardia costiera sui tentativi di speronamento subiti per sconfinare in acque territoriali, improvvisamente s’è mostrata cauta, tanto da scontrarsi in aula con il presidente del tribunale che sollecitava con energia la contestazione agli imputati dell’articolo 1100 del codice della navigazione, ovvero la resistenza in mare. In maniera, diciamo così, irrituale, i pubblici ministeri si sono sbrigati a chiedere la derubricazione dell’originario capo di imputazione senza aspettare la fine dell’istruttoria dibattimentale, la perizia del super esperto Gioacchino Genchi sul telefono satellitare Thuraya sequestrato ai pescatori-scafisti, la requisitoria conclusiva. Ma le sorprese non finiscono qui: nel corso delle udienze i pochi spettatori presenti non hanno potuto fare a meno di notare l’assidua, singolarissima, presenza in aula di rappresentanti diplomatici tunisini. Presenza meno discreta quella degli immancabili no-global sbarcati nella Valle dei Templi per perorare una causa già persa.
Per capirne di più occorre tornare a Lampedusa, e rileggere con altri occhi gli stessi fatti attraverso le versioni, coincidenti e convergenti, fornite dai militari sotto giuramento. Andiamo, dunque, all’8 agosto scorso. In sala operativa l’orologio sfiora le 16.10 quando rimbomba il via libera a intercettare due motopescherecci tunisini localizzati a 40 miglia dalla costa. Il primo pattugliatore «401» della Guardia Costiera molla gli ormeggi per soccorrere due clandestini in fin di vita: «Una donna incinta e un bambino malato», così via radio comunicano i pescatori. Tempo dieci minuti e anche la seconda motovedetta «Charlie Papa 818» lascia il porto a pieni motori e sul punto d’incontro incrocia i natanti militari della Finanza e della Marina. I due battelli battenti bandiera tunisina, il «Mohammed El Edhi» e il «Morthada», procedono a velocità regolare. I rispettivi comandanti fanno capire d’aver raccolto i clandestini a bordo di un gommone Zodiac abbandonato dagli scafisti in acque internazionali, e così acconsentono a far salire a bordo i medici italiani che dopo accurati controlli riferiscono che ogni passeggero gode di ottima salute. Chiedono di attraccare a Lampedusa. Il tutto avviene mentre i pescherecci continuano imperterriti a puntare la prua in acque italiane a una velocità che, però, si fa sempre più sostenuta. La percezione di un favoreggiamento occulto all’immigrazione clandestina diventa palese quando i sanitari scendono dai pescherecci, si allontanano sulle lance d’appartenza, allorché le motopesca accelerano fino al massimo consentito: otto nodi. L’obiettivo è chiaro. Varcare al più presto il limite delle 12 miglia italiane. Urla, segnali, lampeggianti, megafoni, razzi luminosi, sirene. Comunicazioni radio in italiano, francese, inglese. La Capitaneria di porto, da Lampedusa, nega l’accesso in acque italiane. Nulla. I militari si sbracciano, intimano il dietrofront immediato, mimano ai comandanti tunisini il ricorso all’arresto in caso di ulteriori peripezie. I pescatori rispondono picche mimando a loro volta la nemmeno tanto remota possibilità di gettare a mare la zavorra umana. Ne scaturisce una sorta di match race con affiancamenti e cambi di rotta improvvisi respinti da tentativi di speronamento e andature sottobordo a zigzag. Quando l’incontro-scontro in mezzo al canale di Sicilia sembra inevitabile, da terra arriva l’ok del magistrato di turno a permettere l’attracco dei pescherecci nel porto di Lampedusa. Questa rocambolesca riedizione della coppa America per clandestini, termina al tramonto, con lo sbarco degli immigrati nell’isola, il fermo dei pescatori, il sequestro delle barche con la scoperta di un telefono satellitare «Thuraya» solitamente usato da traghettatori di anime perse, non da abituali cacciatori di ricciole, tonni, meravigliosi pesci spada.

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it