I piagnistei dei nemici del progresso

Stavolta non è un modo di dire: qui al Nord, parlando del Nord pianeggiante e urbanizzato, siamo sotto la nevicata del secolo. Che poi il secolo sia cominciato da cinque o sei anni non è colpa della statistica. E in ogni caso quel che sta accadendo resta evento eccezionale, perché è e resta eccezionale muoversi improvvisamente con la neve sopra le ginocchia (per noi piccoli, sotto le ascelle).
Scuole chiuse, aeroporti chiusi, il resto aperto per modo di dire. Le città inaugurano subito la loro patetica e nevrotica settimana bianca. Un penoso rito, ormai: succede anche quando la neve è meno di mezzo metro. Però ci sono vari modi di osservare e di subire il fenomeno. Chi si mette con una telecamera davanti ad un ingorgo stradale o a un check-in sbarrato, come fanno regolarmente le televisioni ansiogene, dipinge inevitabilmente un'apocalisse. Ma chi riesce ancora a mantenere il senso delle proporzioni, a mantenere un poco di calma, può persino sfruttare l'occasione per avviare qualche sana riflessione. Perché tutto si potrà dire, ma non che la neve sia una calamità: anche se ce la dipingono con gli stessi toni, la neve non è un'alluvione, e neppure un terremoto. La neve al massimo è scomoda, ma mantiene sempre una sua inimitabile soavità. Anche quando fa sudare e imbestialire, mentre si perdono voli e ci si sfianca montando le catene, trova comunque il modo di farsi perdonare. Più che altro rompe l'anima, ma non è assassina.
Il problema, in realtà, è tutto nostro. Guardiamoci in giro: quando la natura fa il suo onesto mestiere, d'estate come d'inverno, riesce immancabilmente a precipitarci nella paranoia più totale. Città paralizzate, autostrade chiuse o ingorgate, treni e bus che saltano le corse, emergenze continue e Protezione civile allertata. Un quadro e un linguaggio che ormai conosciamo a memoria. Succede per tre giorni di pioggia ininterrotta, succede per il gran caldo. È sempre un allarme, è tutta un'emergenza. Emergenza afa, emergenza incendi, emergenza alluvioni, emergenza gelo. La nostra reazione? Responsabile e virile: la lagna del piagnisteo nazionale. Siamo quel simpatico popolo che dà in escandescenze quando si forma la coda in autostrada, o quando il treno non parte, o quando il taxi non arriva, salvo poi innalzare mille barriere contro le infrastrutture e i servizi pubblici che potrebbero darci comunque un sollievo. Più autostrade, più treni, più metro, più spargisale non impediscono alla natura di scatenarsi, è ovvio: ma certo aiutano a sopportarla. Allora, prima di maledire i danni della natura, dovremmo eventualmente meditare sui danni nostri. Così siamo messi: a forza di gingillarci in piccoli interessi di portineria, a forza di dire sempre e comunque no alle innovazioni di interesse sociale, oggigiorno basta un brutto temporale per spazzare via un'intera contrada. E basta una nevicata per tramortire mezzo Paese.
Se avessimo più opere e più mezzi, se semplicemente facessimo le cose con più serietà, riusciremmo magari a incassare anche una nevicata del secolo con qualche angoscia in meno. Superando i suoi fisiologici disagi e persino apprezzando pure qualche suo innegabile pregio. Per dire, proprio in questo periodo: meglio di un sindaco ambientalista, meglio di un solerte assessore, la neve sta riuscendo a limitare il traffico con l'unico criterio veramente e insindacabilmente giusto. Basta guardare dalla finestra: nessun blocco totale, niente targhe alterne. Più equo, molto più equo: circola solo chi ha davvero necessità. Gli altri, a casa.
È chiaro che non si può parlare bene della neve a un chirurgo e al suo infermiere che devono entrare in sala operatoria alle sette della mattina. O al panettiere che deve accendere il forno. Ma non è a queste categorie che il discorso va rivolto. Caso mai, è proprio a loro vantaggio che va fatto: liberare le strade dagli inutili e dai superflui, in certe situazioni di precarietà, diventa fondamentale. Perché esistono disagi veri e disagi fittizi: non arrivare sul posto di lavoro è vero, non portare la bimba a danza è fittizio.
Poi, volendo dirla tutta, ci sta anche una colpa magari più sottile, però più profonda. Dopo aver riso da sempre dei romani, che per un temporale o due dita di neve vanno in tilt, ci stiamo progressivamente romanizzando. Anche al Nord. Tutti in tilt, viabilistico e mentale, senza distinzione di latitudini e di mentalità. Col meteo siamo insofferenti. Col meteo abbiamo ormai un rapporto perverso: in sostanza, bramiamo un'estate fresca e un inverno tiepido. Sì, in questa nostra cultura sempre più mollacciona e crepuscolare, arriviamo al punto di pretendere l'estate senza solleone e l'inverno senza neve. Vai a sapere: magari è per questo che non ci sono più le stagioni di una volta. Non ce le meritiamo.