I Pm: la lotta Br non ha futuro Per D’Antona chiesti 4 ergastoli

La Lioce, Mezzasalma, Morandi e Broccatelli rischiano il carcere a vita per l’omicidio del giuslavorista. Pene per 80 anni agli altri 10 imputati

Patricia Tagliaferri

da Roma

Brigate rosse sì, purché si parli di storia con la «s» minuscola. Prima di chiedere quattro ergastoli per l’omicidio di Massimo D’Antona, ucciso in via Salaria, a Roma, il 20 maggio del ’99, il pubblico ministero Franco Ionta fa una disamina politico-sociologica delle nuove Br. Quel che ne esce è l’immagine di un’organizzazione «autoreferenziata» che non può avere alcun seguito politico. Per il magistrato il fenomeno brigatista non rappresenta alcuna avanguardia, «tanto meno di un presunto proletariato». La loro, dice, «è una proposta politica senza futuro né progettualità storica, che si è ritenuto di veicolare con gli omicidi D’antona e Biagi». Due morti definite «inutili» dalla pentita Cinzia Banelli, già condannata a 20 anni con il rito abbreviato insieme a Laura Proietti (ergastolo).
Dura sei ore la requisitoria dei pm romani. Prima di Ionta il collega Pietro Saviotti aveva toccato gli aspetti tecnici del processo, illustrando le posizioni e le prove a carico dei singoli imputati, accusati a vario titolo di omicidio, banda armata, rapina, della progettazione di attentati a sedi sindacali e di politica internazionale. Il carcere a vita viene chiesto per Nadia Desdemona Lioce, Paolo Broccatelli, Roberto Morandi e Marco Mezzasalma (che a inizio udienza revoca i difensori spiegando di dover rispondere dei suoi atti «solo al proletariato»). Federica Saraceni rischia 21 anni, Diana Blefari Melazzi 20, Bruno di Giovannangelo 12, Simone Boccaccini 18. Per i cosiddetti «irriducibili del fronte carcerario», Michele Mazzei, Antonino Fosso, Francesco Donati e Franco Gallone, sollecitati 5 anni di reclusione. Altri 5 anni sono stati richiesti per Alessandro Costa, ritenuto l’anello di congiunzione tra i Nac e le nuove Br, tre anni e sei mesi per Roberto Badel, l’informatico dell’organizzazione. In odor di assoluzione, invece, i fratelli Fabio e Maurizio Viscido.
Facendo il punto su quanto emerso in sei anni di indagini, il pm Ionta bolla come «fallimentare» il tentativo di Lioce e compagni di riaffermare il ruolo delle Brigate rosse: «È stata un’inutile riproposizione di se stessi con un canovaccio già conosciuto e in un contesto sostanzialmente fallimentare». Il fallimento della proposta politico-militare delle Br, secondo il capo del pool antiterrorismo, passa anche per la mancata aggregazione di altri militanti al progetto terroristico. Ionta cita le due sigle, quelle dei Nipr e degli Npr, due formazioni considerate fino a qualche anno fa satelliti delle stesse Br: le indagini hanno invece dimostrato che tutte e due le sigle non erano affatto aree di militanza che si accreditavano per un eventuale passaggio nelle Br, ma nomi che la stessa organizzazione usava per accreditare alcune azioni. Tocca al pm Saviotti tracciare davanti alla Corte D’Assise un quadro «storico» delle Brigate rosse, delineando una sorta di continuità politica-ideologica. La storia delle nuove Br, secondo Saviotti, parte dall’epilogo di quella dei vecchi brigatisti, che si concluse con l’omicidio del senatore Roberto Ruffilli nel 1988.
«Spero che questo sia davvero l’ultimo processo politico - dice Ionta al termine della sua requisitoria - spero di non dover più ascoltare concetti logori, astorici, come quelli più volte sentiti durante queste udienze». «Il nostro compito di magistrati finisce qui - conclude il pm - il processo dovrà dimostrare il disvalore sociale e politico di quanto accaduto e che la lotta armata non è praticabile in questo Stato».