I politici strizzano l’occhio alla droga, gli spacciatori ringraziano

Il governo

non deve sottostare alle minacce

Per pura onestà intellettuale ho deciso di sorbirmi la lunga diretta di Rai 1 dedicata all’autocelebrazione del Presidente del Consiglio. Dopo la lettura della relazione, nella quale venivano trasformate le stangate in enormi benefici per gli italiani, rispondendo alla domanda di un giornalista, il professore ha asserito che la sua maggioranza è coesa e lo ha dimostrato in occasione delle decisioni importanti, mentre l’opposizione è nettamente spaccata.
Solo una persona che, come lui, ha avuto tante esperienze a livello economico e politico, può avere la capacità di credere che i suoi alleati abbiano dimostrato di essere coesi nell’accettare le decisioni del Governo e non capire che, invece, il voto favorevole non è stato per i suoi provvedimenti, ma molto più semplicemente per impedirgli di attuare la sua minaccia: «se cado andiamo tutti a casa!»
Questo è un altro esempio di attuazione di uno degli slogan preferiti «la serietà al Governo».
Prodi è Romano

ma non romano

come Cincinnato

Egr. Dott. Lussana, nel sito telematico di Repubblica del 27 dicembre 2006 si legge un articolo di Eugenio Scalfari che recita testualmente:
«…Certo il centrosinistra può implodere per propria e distruttiva responsabilità. Se la rissa nel suo interno continuerà, l'Unione imploderà come pensa Berlusconi.
Perciò la rissa deve cessare. Prodi ha indetto un seminario l'11 gennaio. Io non credo ai seminari, ma qui la parola tradisce la sostanza. Qui non si tratta di confrontare opinioni e uscirne avendo ciascuno conservato la propria. Qui si tratta di dare a Cesare non il consolato ma la dittatura. Per salvare la res pubblica dallo sfarinamento e dal dominio delle "lobbies".
Poi la concertazione. Poi i "tavoli" di dialogo e il riconoscimento. Poi un esercizio efficace di democrazia diffusa. Poi il ridimensionamento del clan prodiano che ha procurato più danni che vantaggi. Ma il tutto guidato e dettato dal dittatore.
Dittatore di salute pubblica. Nell'antica Roma era prassi legale quando bisognava risolvere problemi gravi ed urgenti. Durava sei mesi, al massimo un anno non rinnovabile. L'errore di Cesare fu di chiederlo e ottenerlo a vita….».
E bravo Scalfari! Finalmente un po' di chiarezza! Finalmente possiamo conoscere la sua brillante ricetta per la salvezza dell'Italia: una bella dittatura, ridicola quanto si vuole, vista la levatura del candidato dittatore, ma pur sempre una dittatura. Certo, rassicura Scalfari, non quella di Cesare, Dio ne scampi e liberi, ma quella repubblicana, che, sembra di capire, dovrebbe evocare il nome di Cincinnato. Ebbene, caro Scalfari, come dovrebbe realizzarsi la salvifica dittatura prodiana? Sospendendo il Parlamento? Sostituendo il governo con un manipolo di fedeli Quiriti? Legiferando monocraticamente? Prevedo l'obiezione del Prode Eugenio: non vi siete accorti, ignorantoni, che la mia è una provocazione? Certo che ce ne siamo accorti, o almeno speriamo che sia così, ma certe sinistre parole fanno rabbrividire al solo sentirle, e non vorremmo che qualche anima bella equivocasse e le prendesse tremendamente sul serio. E poi, in fin dei conti, Cincinnato era un Romano antico, Prodi solo un Romano e basta. Cordiali saluti.
Giovanni Murchio
Genova
Quelle lacrime

per l’Ungheria

ai tempi del liceo

Egregio Lussana, leggendo sul Giornale, nella parte dedicata a Genova, l'articolo «Italia e Ungheria sul filo della storia» mi si sono affollati alla mente tanti ricordi: frequentavo il liceo classico a Savona e vissi intensamente «quei giorni»: ho messo per iscritto quei ricordi che Le invio, se vorrà pubblicali. Grazie. Maria Elena Dagnino.
Ungheria 1956 - 2006. Ricordo con estrema chiarezza l'ottobre di cinquant'anni fa: frequentavo il liceo Chiabrera di Savona. Le lezioni erano cominciate da poco (allora si iniziava ad ottobre): la seconda liceo era un anno tranquillo, la maturità era lontana, quindi si viveva senza troppi patemi d'animo tra lo studio dell'Umanesimo e del Purgatorio di Dante in letteratura italiana, la traduzione di autori greci quali Senofonte, Tucidide, Erodoto, i poeti lirici; per il latino si era appena iniziata 1a traduzione delle Storie di Tacito: cito questi autori, soprattutto gli storici Tucidide e Tacito, perché le loro riflessioni sulla storia, dei greci il primo e dei romani il secondo, mi aiutarono a capire la rivoluzione d'Ungheria! Anzi feci una scoperta bellissima: capii infatti che lo studio degli autori antichi mi era utile per capire la realtà in cui vivevo, che quindi era importante conoscere e studiare quanto pensavano gli antichi sulla guerra, sui rapporti tra i popoli, sulla democrazia, proprio per analizzare, comprendere, approfondire la contemporaneità.
Ricordo che tutti i professori, specie quello di filosofia - il prof. Villa, reduce da un campo di concentramento - ci lasciava discutere e dibattere, ci permetteva di ascoltare la radio con le cronache drammatiche in diretta da Budapest di Indro Montanelli. Si alternavano momenti di speranza a momenti di attesa, momenti di euforia a momenti di paura: nei giorni terribili della repressione ricordo intervalli silenziosi, nessuno aveva voglia di scherzare, di scendere in cortile se non i primini, quelli del ginnasio che non sempre capivano il nostro comportamento, cioè di noi studenti più grandi.
Ricordo anche che partecipai ad una manifestazione organizzata dagli studenti, bigiando la scuola e ciò mi procurò un bel sette in condotta (per fortuna era il primo trimestre) e discussioni a non finire in casa: mio padre favorevole al mio comportamento di protesta, mia madre no, perché più attenta alle conseguenze. Che ci furono, ma per molti studenti: infatti la partecipazione fu massiccia! Ci radunammo sulla piazza del Comune di Savona dove vennero bruciate in un grosso falò molte «Unità», il quotidiano comunista che definì la rivoluzione ungherese con le parole di Togliatti «terrore bianco, banditismo, teppismo, bestiale terrore nazifascista» parole che, lette al megafono da un organizzatore - ricordo che aveva i capelli rossi e frequentava la terza liceo - ci sconvolsero e ci spinsero a urlare slogans contro il Pci. Savona era ed è una città rossa, dove il Pci governava: ricordo la sede del Comune sbarrata e presidiata dalle forze dell'ordine. La delusione per il mancato intervento a favore degli insorti da parte dell'Europa al di qua della cortina di ferro e degli Usa e lo sconforto per la brutale repressione, che seguii piangendo ora dopo ora alla radio, furono grandi, ma l'esperienza maturata in quei giorni, grazie anche alle discussioni sia in casa che in classe fra alunni e professori, mi fecero crescere in consapevolezza e responsabilità: cominciai a leggere i quotidiani, a confrontare giudizi, ad occuparmi di quella polis che studiavo sui testi degli autori latini e greci che non mi parvero più così lontani e il cui studio considerai da allora quanto mai utile e necessario per capire, crescere, maturare.
Sono passati cinquant'anni, ma le motivazioni di quella mia protesta in piazza non sono cambiate: gli Ungheresi insorsero per la libertà e la democrazia, non erano teppisti, fascisti, banditi, ma patrioti. Non credetti allora alle parole di Togliatti come purtroppo molti miei coetanei per i quali fu necessario, per capire che cosa era veramente il comunismo, che cadesse il muro di Berlino, ma a quelle di Sandor Marai, tra i più grandi scrittori ungheresi del '900 il quale, commentando la rivolta del 1956, disse: «Il popolo che salì sulle barricate, che si oppose ai carri armati sovietici a mani nude, era un popolo che aveva capito che si voleva la distruzione del suo spirito, della sua identità, della sua umanità».
Maria Elena Dagnino Bornacin
Don Farinella

non critichi

la Messa in latino

Chiarissimo dottor Lussana, a proposito di don Paolo Farinella (art. 10-12-06) desidero portare la mia testimonianza sulla S. Messa in latino.
Nel lontano 1964 mi trovavo in Germania per studio-lavoro, spaesata e «imbranata» (ero giovanissima) trovavo un punto di unione con il popolo tedesco durante la celebrazione della S. Messa in latino. In quei momenti mi sentivo parte delle persone attraverso il linguaggio che ci univa nella preghiera, recitata con le stesse parole da ogni presente alla Cerimonia anche se di razza e cultura diversa. In quei momenti mi sentivo meno sola.
Chi è don Farinella per permettersi una così dura critica al Papa per aver ripristinato un linguaggio universale, atto all’unione «tra i diversi» pur lasciando liberi i sacerdoti di celebrare la S. Messa in italiano e addirittura nella nostra amata lingua genovese?
Ubbidienza e umiltà, non sono i cardini del sacerdozio? Si attenga a quelli, senza generare «odio», verso le indicazioni del Papa, che oltre ad essere Vicario di Cristo in terra (ed è già il massimo); è il più grande teologo vivente del cristianesimo; davvero un grande Papa.
Ileana Anfossi
Sui trapianti

il dibattito

deve continuare

Cara Redazione, ho letto, con grande interesse, la recensione (il Giornale del 6 corr.) a cura del Prof. Massobrio, del saggio di Rosangela Barcaro e Paolo Becchi «Questioni Mortali - l’attuale dibattito sulla morte cerebrale e il problema dei trapianti» e mi complimento con il professore per le acute osservazioni.
Forse si poteva insistere di più su un punto e cioè che, se si accettano le tesi sostenute nel detto saggio sulla morte cerebrale, ritenuta non equivalente alla morte totale, in altri termini una finzione giuridica, (tesi ribadita nel seminario del 13/12/06 presso il Cnr), diventa urgente, inevitabile la riapertura di un serio dibattito sulla trapiantologia, che vede così compromessa la condicio sine qua non, per operare.
Ringrazio per l’attenzione e porgo cordiali saluti.
Carlo Barbieri
Famiglia & Civiltà